Per riscrivere la storia della clinica sistemica

Per riscrivere la storia della clinica sistemica

di Pietro Barbetta
Direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia.

Quando Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin si separano da Mara Selvini, iniziano a fare formazione. Mara Selvini continua a fare ricerca. In realtà, nel fare formazione, Boscolo e Cecchin cambiano il modo di fare ricerca. Introducono nella ricerca l’epistemologia costruttivista, creano l’osservatore. Cambia dunque anche l’oggetto della ricerca, anzi si passa dall’oggetto al soggetto della ricerca.
Mentre nel periodo di Paradosso e controparadosso (2003) i quattro “esperti” psicoanalisti osservano i giochi nella famiglia, nel periodo successivo, ed è ancora così, sono gli allievi che cominciano a fare domande ai terapeuti esperti. Le domande sono relative alle interazioni tra il terapeuta e la famiglia e costringono il terapeuta a svolgere una pratica autoriflessiva sul proprio lavoro.
Non si tratta più di definire a che tipo di gioco gioca la famiglia, bensì di indagare il processo terapeutico. In pratica gli allievi diventano osservatori di processo e aiutano il terapeuta a cambiare ipotesi, a danzare con la famiglia.
La metodologia medica diagnosi e cura viene trasformata in approccio sistemico, secondo l’idea di Bateson che la finalità cosciente non è ecologica. Impareremo poi, nel nostro lavoro, che la diagnosi psicologica, a differenza di quella medica, va sempre concordata con la persona in consulenza, che i test servono a fare terapia in una valutazione congiunta e consensuale. Sarà ciò che distinguerà gli psicoterapeuti dai medici e il loro terreno di indagine sociale e transdisciplinare.
Quando fui ammesso alla scuola del CMTF, molti anni prima che esistessero le attuali scuole di specializzazione in psicoterapia, feci un colloquio con Cecchin che mi disse: devi scegliere, noi qui non vediamo più giochi familiari, vediamo giochi che il terapeuta gioca, qui e ora, con la famiglia, non ci occupiamo di patologia, ci occupiamo di conversazione terapeutica, però abbiamo strumenti che ci aiutano a non innamorarci troppo delle ipotesi che formuliamo. In pratica: se vieni qui per imparare strumenti rassicuranti, ricette perfette, meglio che abbandoni subito. Vieni qui a imparare una metodologia, un approccio, impari a prenderti le tue responsabilità, ad agire come un soggetto. Inoltre: qui si fa scienza perché le congetture vengono confutate, si pratica il falsificazionismo. Tuttavia non siamo popperiani, non abbiamo il mito di rendere il linguaggio perfetto.
Oltre trent’anni fa esce un libro a otto mani, Boscolo e Cecchin vengono intervistati e si confrontano con due psicoterapeute dell’Ackerman Insititute di New York: Lynn Hoffman e Peggy Penn. In quegli anni l’Ackerman Institute promuove un team ispirato al Milan Approach, composto dalle due autrici e da Olga Silverstein. Il titolo di quel volume è Milan Systemic Family Therapy (1984), libro ignorato nel nostro paese fino al 2004. Oggi, grazie a Paolo Bertrando, è pubblicato con il titolo La clinica sistemica.
Due epistemologi importanti influenzano la clinica sistemica: Humberto Maturana e Francisco Varela. A quell’epoca si legge un saggio scritto dai due con un titolo difficile: Autopoiesi e cognizione. Figuratevi il contenuto. Ci si rompe la testa nel cercare di comprendere le parole chiave che definiscono l’orizzonte concettuale dei due pensatori. Maturana e Varela (1985), sopratutto Varela, hanno un importante riferimento filosofico nell’opera di Maurice Merleau-Ponty, esponente della ricerca fenomenologica sul corpo, che, a sua volta, è debitore, nei suoi studi filosofici, verso il neurologo Kurt Goldstein.
Varela e Maturana prendono una posizione di critica radicale alla nozione di “informazione”, che sembra fare da cerniera tra scienze naturali e sociali in una sorta di riduzionismo. La teoria dell’informazione è prossima agli studi matematici, fisici e cibernetici. Si tratta di considerare, anzi calcolare, la quantità entropica d’informazione durante un processo di comunicazione. A partire da un’unità d’informazione data, è possibile computare l’entropia e determinare una ridondanza, o neghentropia, che permette di trasmettere l’intera unità d’informazione dall’emittente al ricevente. Insomma l’entropia negativa fa parte di un progetto cosciente per tenere sotto controllo il disordine.
Uno dei concetti chiave di Maturana è “deriva strutturale”, non riuscivo proprio a mandarlo giù, finché, dopo avere incontrato più volte l’autore, trovo il coraggio di chiedergli di spiegarmelo: “immagina di essere su una barchetta e di non avere con te i remi, sei in mezzo al mare, ma possiedi uno strumento per individuare la tua posizione. Chiami il faro e lui manda alla posizione da te trasmessa una nave di salvataggio. Quando la nave arriva, tu sei già da un’altra parte”. Manca sempre qualcosa, la meta non è mai raggiungibile, almeno finché siamo viventi.
Heinz von Foerster (1987) si accorge che invece l’ordine deriva dal caos e Ilya Prigogine, con Isabelle Stengers (Prigogine, Stengers, 1979), lo dimostra in chimica fisica producendo sistemi lontani dall’equilibrio, detti anche strutture dissipative. Invero in letteratura si tratta dello stile usato da James Joyce per comporre le sue opere, la parola valigia chaosmos, composta da caos (disordine) e cosmos (ordine).
Con Maturana e Varela si comincia a parlare di cibernetica del second’ordine. Nella cibernetica del second’ordine il disordine produce forme ordinate imprevedibili al di fuori del controllo umano. Il termine “informazione”, definito da un quantitativo dato, indipendente dal significato dell’unità di informazione, viene sostituito con il termine “perturbazione”. Non ci sono relazioni istruttive, solo perturbazioni. Ma un terapeuta deve sapere come produrre “perturbazione”.
Parallelamente a queste considerazioni teoriche, la clinica sistemica si sposta sempre più verso approcci non istruttivi e anti strategici. A Milano vengono fatte domande circolari per osservare le relazioni, e domande riflessive, per non influenzare direttamente i partecipanti alla terapia, dando loro la possibilità di descriversi insieme agli altri. Si crea così la possibilità che i singoli componenti del gruppo familiare raccontino, alla presenza degli altri che assistono, le dinamiche familiari in forma proiettiva, come se gli altri assistessero a un racconto che riguarda loro stessi, ma svolto da uno di loro. Si evitano invece domande strategiche, che partono dall’intenzione consapevole del terapeuta di influenzare la famiglia (Tomm, 1987).
Un terapeuta Norvegese, Tom Andersen (1991), sperimenta una nuova metodologia terapeutica: il Reflecting Team. La terapia familiare prevede un vetro unidirezionale che divide la sala di terapia da quella di osservazione. La discussione dietro lo specchio, benché in viva presenza della famiglia, non la vede partecipe. Con il Reflecting Team lo specchio si infrange e il setting prevede che tutti ascoltino tutto, una sorta di analisi reciproca.
Indipendentemente da ogni consapevolezza, il ritorno alla psicoanalisi è ben chiaro, “perturbante”, il termine chiave di Maturana e Varela, è la traduzione italiana di Unheimlich (Freud, 1989). All’univocità dell’unità d’informazione, quantitativamente definita, si sostituisce l’equivocità della significazione, il senso dell’interazione. Si sviluppa un’idea di Bateson: che cos’è un significato? È una “differenza che crea una differenza”. Negli stessi anni, del tutto indipendentemente, in Francia c’è un filosofo che scrive un difficile e importante testo dal titolo Differenza e ripetizione, si chiama Gilles Deleuze (1997) e per un periodo lungo rimane sconosciuto alla gran parte dei terapeuti familiari.
Agli inizi degli anni Novanta, grazie alla cura di Umberta Telfener, viene pubblicata in Italia una raccolta di scritti di Michael White (1992) intitolata La terapia come narrazione. A Milano, nella scuola di Boscolo e Cecchin, girano alcune pubblicazioni in inglese del Dulwich Centre di Adelaide, in Australia, a firma Michel White e David Epston (1989). Durante i seminari e gli incontri del Centro, Luigi Boscolo parla delle idee cliniche di White in maniera entusiastica. Racconta del modo in cui White conduce le sedute familiari con bambini encopretici, esternalizzando il sintomo. White crea, nel colloquio con la famiglia, un fantasma che si aggira per la casa: il signor Sneaky Poo. L’importanza dell’esperienza clinica di White consiste nel presentificare i fantasmi – come nella tradizione kleiniana – e di connettere queste presentificazioni con le matrici culturali della realtà aborigena. Sneaky Poo (il signor Subdola Pupù) è una sorta di Mago Sabbiolino che ha il Potere di assoggettare il bambino al suo volere, di farlo vergognare davanti a tutti; va sconfitto attraverso un’alleanza per la liberazione del soggetto infantile, una specie di rivoluzione familiare, che ha spesso l’effetto di rimettere in questione i ruoli e le dinamiche delle relazioni tra i componenti della famiglia.
In quegli anni, molti terapeuti sistemici sono interessati alle esperienze cliniche australiane di White ed Epston perché vengono da un altro mondo. Inoltre, Epston e White introducono un modo nuovo di fare clinica con la scrittura. Per esempio il bambino, grazie all’aiuto della sua famiglia, sconfigge Sneaky Poo e ottiene un riconoscimento scritto che ricorda le sue gesta e lo designa come colui che libera la casa dal fantasma. L’opera curata da Telfener ha però qualcosa di ancor più interessante: Michael White introduce Foucault, accanto a Bateson, come punto di riferimento per la clinica sistemica.
Tra l’assordante confusione tra sistemica e terapie strategiche e la modernissima corsa delle terapie “post-moderne” a inventare sempre nuovi modelli da vendere sul libero mercato delle opinioni, la vera novità viene dall’Australia. Credo che Boscolo ammirasse la proposta di White soprattutto per via del fatto che la sua “novità” affonda le radici nel passato e nella tradizione.
Dopo White, alcuni di noi si mettono a studiare Foucault (1971, 2013) da clinici, alla luce di Gregory Bateson. Nel mio caso, sono sempre stato lento e poco intuitivo, mi ci sono voluti molti anni. Nel 2004, porto una relazione dal titolo “Bateson e Foucault tra potere e degenerazione”, al Convegno per il Centenario della nascita di Gregory Bateson (Barbetta, 2009) organizzato dall’Associazione Episteme di Torino.
Nel frattempo, tra le altre opere di Michel Foucault, mi capita di imbattermi in un testo intitolato Theatrum Philosophicum. Il titolo mi colpisce perché, da studente, mi è toccato cercare di capire, per un esame, il Tractatus logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein. Credo che Foucault abbia scelto il titolo del suo scritto per mostrare una differenza: Theatrum, anziché Tractatus. Vuol ben dir qualcosa.
Si racconta che Wittgenstein ammirasse un economista italiano che insegnava, come lui, a Cambridge. Wittgenstein chiede a questo economista, che si chiamava Piero Sraffa, di leggere il suo Tractatus e poi gli chiede un parere. Sraffa chiede a Wittgenstein se il suo sistema filosofico contempla un gesto che Sraffa performa: sfrega il dorso della mano sotto il mento, gesto tipico di Napoli per esprimere menefreghismo. Secondo l’aneddoto, Wittgenstein rimane sconcertato e cambia radicalmente la sua filosofia. Sraffa fa un gesto teatrale.
Ma se la filosofia esce dalle teorie astratte per rivolgersi al teatro, ciò significa che si deve occupare del corpo, depositario dell’espressione e della gestualità, non può più partire da concetti astratti, li deve inventare, costruire in modo radicale.
L’opera Theatrum Philosophicum di Foucault è dedicata a Gilles Deleuze: “Devo parlare di due libri che mi sembrano grandi tra i grandi: Differenza e ripetizione, Logica del senso. Forse così grandi che è difficile parlarne, e pochi lo hanno fatto… Ma un giorno forse il secolo sarà deleuziano”.
Qual è la novità dell’opera filosofica di Deleuze (1997, 2014)? Il punto di partenza. La filosofia, per la prima volta parte dalla Differenza anziché dall’Essere, dall’accidente anziché dall’essenza, dal gesto, tutto ciò che sta fuori dal Genere codificato, categorizzato. La stessa intuizione di Bateson in antropologia qualche anno prima di Deleuze. Deleuze è l’unico filosofo francese a conoscere Bateson, ad averlo letto. La filosofia diventa clinica e letteratura e la clinica si libera dall’imperativo di dovere rispettare le categorie diagnostiche per entrare nella vita. Si tratta di cambiare linguaggio, lasciare sullo sfondo le categorizzazioni psichiatriche, psicodiagnostiche, psicoanalitiche, le teorie astratte, compreso l’Edipo, il Nome-del-Padre, il triangolo perverso.
Tra i contemporanei più ammirati da Deleuze ci sono Donald Winnicott, Henry Miller e Gregory Bateson. Bateson viene citato nelle lezioni di Deleuze su Spinoza, perché, come Spinoza, mette al principio di ogni riflessione la relazione, ma sopratutto Bateson appare in alcune tra le opere più importanti scritte da Deleuze insieme a Felix Guattari: L’anti-Edipo e Mille piani (Deleuze, Guattari, 1973, 2017).
Nel frattempo a Milano non si smette mai di leggere e rileggere Gregory Bateson. Personalmente trovo interessante la svolta antropologica di Bateson tra Naven (1988) e Balinese Character, scritto con Margaret Mead nel 1942. Si tratta del passaggio dall’idea di “schismogenesi” – interazione cumulativa a escalation – a quella di plateu continuo d’intensità.
Questa breve storia della clinica sistemica non è “la storia” della clinica sistemica, neppure una storia della clinica sistemica “eurocentirica” o “milanocentrica”, no, è proprio la mia. Forse è “ego-centrica”. Io la chiamerei “intima”, strettamente dipendente dai miei ricordi e dai ricordi di che cosa entusiasmava le nostre esperienze a Milano negli anni Ottanta, dopo il bagno anitipsichiatrico degli anni Settanta, e successivamente, fino ai giorni nostri.
Se scrivo di Micheal White, non intendo Michel White, intendo l’entusiasmo che le sue idee crearono a Milano. Se, come ho fatto in altri saggi (Barbetta, 2005) parlo della rottura Bateson/Haley, intendo riferirmi, in primo luogo, alla lettura, in quegli anni, del libro curato da Carlos Sluzki e Donald Ramson (1978) sul doppio legame, che rivela un dissidio sul “potere” tenuto per anni sotto silenzio. In fondo, l’obiezione di Bateson somiglia all’analisi di Foucault sul potere/sapere, nella società moderna, il sapere crea l’illusione del potere.
Bateson è un outsider, rifiuta l’idea del potere di Haley, così come Antigone si ribella al potere di Creonte, che impone di lasciare i cadaveri dei nemici senza sepoltura e rende onore funebre al fratello. Quando Creonte le chiede conto di questo, risponde: “per me questa non è una legge di Zeus”.
Ebbene, io sto da questa parte, mi è impossibile essere “obiettivo”, la mia pratica clinica mi ha portato a cercare di sottrarmi a una posizione di potere. Qualcuno dirà che si tratta di un paradosso. È vero, ho imparato che la pratica clinica consiste nel seguente paradosso: il processo di sottrazione al potere/sapere del terapeuta. Fedele all’idea di Freud: “Dove si era, io diventerò”, l’imperativo clinico di Heinz von Foerster: “Dovrei sempre agire in maniera da accrescere il novero delle mie scelte”, significa, per me, che la terapia è un processo di liberazione, che termina con l’ultimo atto: la liberazione dal terapeuta.
La realtà esiste, è ciò che opprime, appartiene alla memoria di chi soffre, di chi è oppresso, ma è anche la vita. La connotazione positiva non è indorare la pillola, né sottostare al divieto di parlare del “problema”. Positivo deriva dal latino positum, non c’è nulla di ottimistico o di successfull nel termine, significa riconoscere l’altro, ricostruire il passato a partire dal futuro. Non dimenticare il passato, semmai riconoscerlo, rintracciarlo come esperienza da ricordare.
Invero, dal mio punto di osservazione, la posizione di Gianfranco Cecchin e quella di Luigi Boscolo non è la stessa su diverse cose. Questa differenza marca anche una differenza di stile nella conduzione della conversazione terapeutica. L’anima psicoanalitica di Boscolo era sempre accesa, egli amava leggere e rileggere le dinamiche familiari attraverso l’arte delle lenti. Oltre alla lente sistemica, Boscolo amava la lente psicoanalitica.
Cecchin aveva sviluppato, dentro un approccio conversazionale, un metodo paradossale che non aveva del tutto abbandonato le strategie, benché queste fossero decostruite e si trasformassero in micro-strategie. In questo modo, Cecchin dà un contributo all’idea post-moderna, che critica le meta-narrazioni e propone solo micro-narrazioni. Ben presto però il post-modernismo si trasforma a sua volta in paradosso: si presenta come “novità”, ricalcando il modello di comunicazione tipico della modernità: “questo è nuovo, va celebrato, è invecchiato, va sostituito” (Pearce, 2003). Più che sul piano teorico, l’arte di Cecchin va ricercata su quello della conduzione della seduta con la famiglia, la capacità di introdurre un’ironia rispettosa.
Boscolo invece si appassiona alla questione del tempo. Sviluppa, in un libro scritto con Paolo Bertrando (1996), un concetto di tempo in ognuna delle sue valenze: passato, presente, futuro; ma anche nei modi: indicativo, congiuntivo. Per Boscolo il positum consiste nell’esistenza del passato, la realtà condivisa dai membri della famiglia, oppure le realtà profondamente diverse descritte dai singoli componenti durante la seduta. Boscolo diceva spesso che la terapia consiste nella relazione terapeutica e che, se non entri nella dimensione del passato, non crei la relazione. Il pensiero congiuntivo, che si crea attraverso le domande riflessive – sul passato, sul presente e sul futuro – aiuta i soggetti della terapia a esplorare mondi possibili e impossibili.
Ho visto poi altri colleghi fare terapia e consulenza, ognuno con uno stile che ha a che fare con le proprie teorie di riferimento, ma anche con un insieme di esperienze vissute, di tradizioni culturali, religiose, familiari.
Se Cecchin (1992) era un decostruzionista clinico, l’anima di Boscolo, sul piano filosofico, rappresenta l’incontro tra una fenomenologia psicoanalitica e la teoria dei mondi possibili.
Nel caso di Cecchin, l’enfasi cade su una spinta al cambiamento, mentre l’anima psicoanalitica di Boscolo lo conduce a ragionare sul tempo, per lui, ciò che conta è la relazione terapeutica.
Quando sostengo che questa breve storia è la mia storia, non intendo una storia idiosincratica, io ho avuto interazioni lunghe e brevi, compagni e maestri che sono stati importanti per la mia formazione. In questo senso la mia storia è la storia di un soggetto collettivo, un testimone.
Forse mi sono ripetuto, ma penso che sia giunto il tempo di ragionare di più sul Milan Approach, di coglierne le ricchezze, che stanno nelle differenze. Inoltre questo saggio avrebbe dovuto essere metodologico, ma non ci sono riuscito fino in fondo.
Secondo Bateson, i rituali sociali creano nel tempo un ethos, un carattere dominante, un sistema di abitudini, quelle condotte e quell’insieme di relazioni; vere e proprie ontologie. Il Naven sarebbe un rituale che, nel garantire la crescita del giovane uomo – o della giovane donna, benché Bateson studi solo il primo caso – attraverso pratiche di riconoscimento, definisce la collocazione identitaria di genere e i rapporti nelle relazioni familiari e comunitarie.
Bateson osserva, in questo libro, due tipi di interazioni tra gli Iatmul in relazione al Naven: le relazioni simmetriche e quelle complementari. L’escalation delle interazioni simmetriche porterebbe allo scontro, quella delle interazioni complementari a una condizione di dominio/sottomissione; il Naven è un rituale che funziona, attraverso l’ironia, strumento di attenuazione dell’escalation. Bateson chiama l’escalation delle interazioni “schismogenesi” e le descrive come una classe propria di sequenze che portano inevitabilmente a un climax. Il rituale serve dunque a fare in modo che il climax non sia distruttivo e devastante. Nel 1936 Bateson osserva una società che “utilizza” il rituale come elemento di coesione: ontologia delle relazioni familiari e comunitarie.
Di interessante, in questa ricerca, c’è che si parte dal particolare, un rituale specifico, per comprendere il generale. In questo modo la teoria non si pone come sapere dal quale declinare il particolare, ma, all’inverso, parte dal particolare per costruire ipotesi provvisorie, mai definitive. È molto più difficile aderire a questo modo di pensare, rende il pensiero molto meno popolare, il suo potenziale gergale ipnotico viene costantemente decostruito.
Infatti, solo pochi anni dopo, Bateson viene costretto ad aderire a una ricerca da svolgersi a Bali. Con Margaret Mead studieranno il sistema di allevamento e crescita dei figli nella società Balinese, con l’ipotesi che il carattere, o la personalità di base (ciò che definisce l’ontologia esistenziale della “normalità”) dei balinesi dipenda dal sistema di allevamento e di educazione dei figli.
Qui Bateson sviluppa una nuova visione delle relazioni umane, assai più ampia di quella osservata riguardo al rituale Naven tra gli Iatmul. Il resoconto della ricerca è pubblicato da Bateson e Margaret Mead in un libro intitolato Balinese Character. Bateson illustra una serie innumerevole di sequenze fotografiche. La sequenza 147 si intitola Stimulation and Frustration. Illustra una sequenza di nove immagini. Scrive Bateson, (1977):

Spesso la madre inizia col bambino un’interazione scherzosa titillandogli il pene o stimolandolo altrimenti a un’attività interpersonale; questo ecciterà il bambino, e per breve tempo avrà luogo un’interazione cumulativa. Poi quando il bambino, avvicinandosi a una piccola acme getta le braccia al collo della madre, quest’ultima si distrae; a questo punto il bambino di solito inizia un’altra interazione cumulativa, cominciando con un capriccio. La madre o starà a guardare, divertendosi alle escandescenze del bambino o, se questi l’aggredisce, respingerà il suo attacco non mostrandosi affatto adirata (p. 147).

A questa descrizione Bateson aggiunge un’ipotesi di come ciò crei una concatenazione abitudinaria verso una sfiducia nel coinvolgimento intenso. La madre, reprimendo il coinvolgimento emozionale, sembra provare fastidio per questo tipo di interazione, il bambino imparerebbe, a sua volta, una sorta di sfiducia nel coinvolgimento eccessivo. Lungi dall’essere un problema di attaccamento, così come descritto nelle società occidentali, questo tipo di interazione, più caratteristico delle società orientali, costituirebbe la premessa per relazioni umane in cui “un plateau continuo d’intensità si sostituisce al climax”.
Più tardi Bateson si occuperà di schizofrenia e proporrà, sulla scorta di osservazioni analoghe nella società occidentale, la teoria del doppio legame. Questo filo antropologico della ricerca di Bateson ha dato il via a una serie di riflessioni. Tra queste, negli anni Ottanta, l’opera di Bradford Keeney (1985) L’estetica del cambiamento, che, per il gruppo di Milano, diventa altrettanto rivelatrice dell’opera di Michael White, ma rimane purtroppo senza seguito. Né possiamo dimenticare il prezioso lavoro di Lynn Hoffman (2001), che si è assunta il compito di talent scout delle nuove tendenze della clinica sistemica. Nel 1991 muore Harry Goolishian, che ha proposto l’idea di “sistema determinato dal problema” e una svolta linguistica della clinica, con l’idea dei “sistemi umani come sistemi linguistici” (Anderson, Goolishian, 1988).
A partire da quegli stessi anni Novanta, la lunga riflessione teorica e clinica di Marcelo Pakman sfocerà nella proposta – che in parte abbiamo sviluppato insieme – di una svolta corporea della clinica sistemica. I miei riferimenti a Elvio Fachinelli (1983) e i riferimenti di Pakman (2014) ad autori come, per esempio, Jean-Luc Nancy (2005, 2010), rappresentano un tentativo di animare un pensiero sulla clinica che parta da una riflessione sul corpo, la materialità dell’esperienza sensibile, l’indagine a proposito delle forme e delle ontologie nascoste. Un corpo diverso da quello psicoanalitico, che vive di pulsioni sessuali, e da quello medico, che si occupa dell’organismo. Negli ultimi anni, i contributi australiani di Maria Nichterlein (2017) introducono finalmente la figura di Gilles Deleuze nella psicoterapia sistemica.
Questo ritorno al corpo, il corpo del teatro, quello dell’espressione, presuppone anche una svolta rispetto al tema narrativo. Non tutto è narrazione, il corpo è anche qualcosa che segna una differenza tra narrazione e materialità, tra significato e senso, tra testa e pancia. Un qualcosa che predispone il terapeuta all’osservazione e all’accoglienza dell’evento. Perché l’arte della terapia consiste nel saper uscire dai modelli teorici diagnostici e clinici per accogliere, con tenerezza, la singolarità dell’evento.

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