Il Congresso IFTA di Bangkok

Il Congresso IFTA di Bangkok

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di Umberta Telfener

Agli inizi di marzo 2018 ho partecipato in qualità di responsabile per i rapporti internazionali al Congresso dell’ IFTA (associazione professionale per coloro che sono interessati alla terapia familiare e di coppia nel mondo), che ogni anno è in un Paese diverso, quest’anno a Bangkok. Il presidente Warwick Phipps e il board organizzano un contenitore in cui ciascuno degli iscritti presenta cosa gli aggrada, anche argomenti distanti dalla cultura del contesto che ospita l’evento (per esempio, il lavoro con le coppie molto conflittuali tipiche della cultura americana, quando la violenza nella coppia in Cina è diventata illegale solo nel 2015!). Ci sono stati spunti molto interessanti e context defined come il lavoro con le single sessions, utili in una cultura che nasconde le emozioni e non ne vuole parlarne (Wayne Conron, Australia) oppure la costruzione dell’attaccamento a posteriori nei bambini lasciati da ambedue i genitori dai nonni e praticamente abbandonati, conseguenza della cultura del figlio unico in Cina (attraverso i Circle of security).
Tutte le sessioni sono state in parallelo eccetto una di apertura e una di chiusura, che sono state in plenaria; quella iniziale tenuta dalla futura Presidente dell’IFTA Joice Ma (entrerà in carica nel 2019), l’altra di John Miller, psicologo entrato nella cultura orientale circa venti anni fa attraverso una Fullbright, che collabora attivamente con la Cina. John insegna alla Fudan University di Shangai al Dipartimento di lavoro sociale e ha fondato una Chino-American Association. Parlando del contesto cinese che ben conosce sostiene che la terapia non sia la modalità di intervento preferita perché 1. andare in terapia ripropone ancora uno stigma, 2. mancherebbero comunque i professionisti, 3. per la popolazione è ancora difficile comprendere come accedere alla cura, 4. la psicoterapia è considerata cara per gli standard del Paese, 5. perché le differenze teoriche tra i professionisti creano confusione. Ha trattato il tema della depressione, spiegandoci come in questa cultura si parli di “pressione”, un problema che deriva usualmente dall’esterno: il sad heart è considerato triste a causa della pressione sociale, non di cause psichiche interne. Ne ha parlato come della “causa dominante della disabilità globale, mondiale” senza addentrarsi sui sistemi che alimentano la depressione e sugli interessi che vi sono correlati.
Interessante Marlene Nisse membro di EFTA e di IFTA che è stata negli anni invitata a parlare di incesto in giro per il mondo, sia lavorando con gli operatori che con le donne dirette interessate. Ha lavorato per e con Eva Thomas, fondatrice di SOS incesto (in Francia si calcolano 4 milioni di vittime di incesto) che definisce l’incesto un’unthinkable violence.
Personalmente ho tenuto due relazioni, una sul modello di Milano e i suoi attuali sviluppi e una, insieme a Nevena Calovska (ambedue siamo sul board dell’EFTA), sul lavoro col genogramma professionale nel training, entrambe molto partecipate da un pubblico numeroso e attivo.
Alcune osservazioni:

  • Gli europei presenti a Bangkok che sono nella loro vita entrati in contatto con il Milan team hanno tutti partecipato al workshop sul Milan Approach. Mi è sembrato comunque che l’Estremo Oriente per quanto riguarda l’ottica sistemica sia stato colonizzato dagli americani, nello specifico da maestri come Bowen, Satir, Minuchin (già Haley non è stato proposto) e che in Estremo Oriente il Milan Approach sia stato poco studiato perché pochi responsabili di scuole di formazione ne hanno subito il fascino diretto, contrariamente a quello che è successo in Europa e negli USA.
  • Se pensiamo alle due estreme posizioni epistemologiche, quelle di universalismo (tutti i problemi psichici sono uguali nel mondo e il modo di insegnare a intervenire è universale) e relativismo (ogni cultura ha i suoi sintomi, i suoi processi relazionali e anche l’insegnamento si deve adattare al singolo contesto), la sensazione è che la “colonizzazione” degli operatori dell’est sia avvenuta negli ultimi vent’anni ad opera soprattutto degli americani. Ora l’Oriente ha costruito una sua storia e può marciare in piena autonomia, con operatori capaci e molto esperti.
  • Le operazioni di secondo ordine, l’inclusione dell’operatore nel contesto delle proprie narrazioni, cui tanto diamo valore noi di Milano, mi è apparso un elemento un po’ trascurato negli speech. In poche relazioni sono state esplicitate le proprie premesse e la propria partecipazione ai processi descritti: mi è sembrata minore che da noi a Milano l’attenzione all’epistemologia e all’operatore. Questo è certamente il valore aggiunto che potremmo esplicitare nel presentarci a quel mondo, per proporre i nostri workshop.