Progetto Net 4 Childhood: un’esperienza di co-costruzione di un processo formativo su maltrattamento e abuso all’infanzia

Progetto Net 4 Childhood: un’esperienza di co-costruzione di un processo formativo su maltrattamento e abuso all’infanzia

image_pdfScarica in pdf

di Maria Enrica Batolo, Chiara La Barbera, Rosa Puleo e Daniela Raineri

Premessa

L’idea di co-costruire un progetto formativo sul maltrattamento e l’abuso all’infanzia è nato dopo anni di lavoro all’interno delle stanze cliniche e formative con i nostri allievi della scuola di specializzazione in Terapia Sistemico Relazionale della scuola di Milano, sede di Palermo.

Sia nel contesto formativo che in quello clinico, sempre più spesso abbiamo incontrato le esperienze sfavorevoli infantili dei bambini e degli adolescenti e di adulti che sono stati bambini maltrattati e abusati.

Nel nostro gruppo clinico è nata l’idea di provare a creare una rete per co-costruire un progetto europeo per la formazione di operatori del territorio di tre città della Sicilia (Palermo, Agrigento e Catania) che, a vario titolo, incontrano la violenza sui bambini.

La formazione sistemica ci insegna che ogni osservazione è sempre il risultato, sia delle caratteristiche di quanto viene osservato che di quelle del soggetto che osserva. L’osservatore è parte del sistema che egli costruisce nell’atto di osservarlo (H. von Foerster, 1987). Ogni operatore di un servizio è portatore di una propria punteggiatura, di pregiudizi e di emozioni; è parte di un sistema che a sua volta è sempre dentro un sistema più ampio che lo contiene secondo diversi ordini ricorsivi (Keeney, 1983). Così ogni operatore è dentro il proprio servizio, ogni servizio dentro la propria unità operativa, ogni unità operativa dentro un dipartimento e ogni dipartimento dentro un sistema sanitario, sociale, educativo, giuridico più ampio. Tutti questi sistemi sono dentro un macrosistema politico, religioso e sociale.

Questi livelli ricorsivi si influenzano e contribuiscono a creare le lenti degli operatori che a vario titolo incontrano la violenza.

La nostra epistemologia sistemica ci ha permesso di guardare alla formazione con una visione non istruttiva, facendoci adottare più il ruolo di “connettori” di punteggiature differenti, in un processo che ha coinvolto formatori e operatori su più livelli.

Nell’articolo manterremo la dicotomia formatori/operatori per sottolineare gli effetti della formazione su tutti i partecipanti, avendo però chiaro che gli stessi formatori sono operatori nelle proprie stanze cliniche e che tale etichetta convenzionale ci serve solo per chiarezza espositiva del processo.

Nel contesto formativo i due sottosistemi (operatori e formatori) hanno creato una danza ogni volta differente, facendo emergere molteplici intersezioni: si sono incontrate le storie di vita, le storie lavorative, i mandati istituzionali, le premesse e i pregiudizi di ognuno in un gioco di specchi che potrebbero riflettersi all’infinito.

Questo gioco di specchi ha probabilmente ampliato le conoscenze dei partecipanti a livello contenutistico ma ha certamente permesso di guardare l’abuso e il maltrattamento sui minori in un’ottica complessa, in cui il lavoro del singolo deve necessariamente integrarsi con le altre parti della rete di cura e tutela.

Il progetto si è sviluppato su 4 assi di intervento:

  1. Sviluppo del modello multicontestuale di intervento;
  2. Realizzazione di un percorso formativo itinerante nei tre poli di Palermo, Agrigento e Catania sul tema dell’abuso e maltrattamento all’infanzia;
  3. Attività di supervisione, monitoraggio e accompagnamento per il consolidamento del modello di intervento;
  4. Rafforzamento della coscienza e consapevolezza di minori ed insegnanti sui diritti dei bambini e delle bambine.

In questo articolo ci concentreremo su quanto emerso dal punto 2, ovvero dalla formazione realizzata nei tre poli del territorio siciliano.

Un obiettivo del nostro percorso formativo è stato quello di creare connessioni e reti informali operative tra operatori afferenti a diversi servizi e al privato sociale. Queste permettono di accelerare i tempi e le procedure della presa in carico del minore, vittima di abuso e maltrattamento e del suo sistema di appartenenza. La condivisione di lenti di osservazione differenti ha permesso di iniziare a parlare un linguaggio comune necessario per individuare e riconoscere i fattori di rischio e rendere operativa e condivisa la progettualità.

Riflessioni emerse

Il progetto NET 4 CHILDHOOD – NETwork 4 responding to adverse CHILDHOOD experiences, (RETE PER L’INFANZIA – Rete per rispondere alle esperienze infantile avverse) finanziato dal Programma Rights, Equality and Citizenship (REC) dell’Unione Europea, è frutto di una partnership di enti associati al Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia – CISMAI –, che condividono una politica e una metodologia che abbiamo ritenuto valida per rispondere in maniera coerente alla complessità del maltrattamento all’infanzia avendo sviluppato negli anni procedure specifiche su tali tematiche.

La lente sistemica connessa alle premesse del CISMAI, ci ha permesso di avere una mappa attraverso la quale attenzionare i bisogni delle vittime e contemporaneamente avere una visione sistemica degli elementi che contribuiscono a mantenere il circuito della violenza nella relazione tra vittima, carnefice e contesto relazionale abusante.

Il progetto è stato pensato per operatori sociali, di comunità e sanitari del territorio siciliano e ha permesso di conoscere le esperienze sul campo dei vari attori che incontrano la violenza sui bambini.

Un primo elemento emerso è il senso di solitudine degli operatori che lavorano in territori in cui manca il lavoro di rete tra servizi e a cui si aggiunge un alto tasso di mafiosità e di omertà del contesto locale. In particolare, abbiamo osservato la collusione tra operatori e famiglie rispetto al tema dell’impossibilità del cambiamento e della mancanza di fiducia nelle istituzioni e nei servizi da parte degli stessi operatori.

Questa settimana hanno danneggiato la macchina a me e ad altri sei operatori della comunità in cui lavoro. Mi sento disintegrata, sola e questo perché gli altri servizi e le altre istituzioni non esistono e non ci affiancano nel lavoro con le famiglie. Noi abbiamo la responsabilità dei bambini in comunità, ma nessuno si occupa del lavoro con le famiglie che vedono noi come i nemici”.

La domanda riflessiva su cui abbiamo lavorato è “come sia possibile attivare fiducia nelle famiglie che incontrano la violenza se gli operatori stessi sentono di non potersi fidare degli altri operatori che lavorano in altri servizi o nelle istituzioni e quindi si sentono anch’essi vittime del sistema?”

La risposta sta nella premessa stessa del progetto, ossia che la fiducia nel cambiamento da parte delle famiglie e l’adesione delle stesse a disinnescare il circuito della violenza si possono attivare solo se si co-costruiscono delle reti interistituzionali operative in cui gli operatori sentano di essere dentro un gruppo di condivisione di epistemologie, linguaggi e progettualità.

La solitudine della vittima di abuso e maltrattamento, nell’incontro con la solitudine dell’operatore, collude con l’omeostasi del mantenimento dello status quo producendo una vittimizzazione secondaria e del minore vittima di abuso e dell’operatore, in una ricorsività mutualmente rinforzante.

Altro tema emerso è stata la difficoltà di comunicazione tra operatori di diversi servizi e tra operatori e dirigenti.

In alcuni Tribunali per i Minorenni, come quello di Palermo, dove esiste il gruppo EIAM, gruppo interistituzionale contro l’abuso ed il maltrattamento all’infanzia, è possibile accedere al fascicolo di volontaria giurisdizione. In altri tribunali, come quello di Catania, no. Questo significa che gli assistenti sociali di Catania potrebbero essere incaricati di una valutazione su un nucleo familiare e non potere conoscere la storia giuridica. A questo si aggiunge il fatto che in Sicilia da sempre sussiste una certa separazione tra servizi sanitari e sociali, per cui la NPIA e i Consultori Familiari non inviano le loro relazioni ai servizi sociali ma solo al tribunale.

Quali sono i vissuti degli assistenti sociali che per mandato hanno l’incarico di essere i servizi referenti per il nucleo familiare, ma vengono considerati “meno importanti” dei colleghi sanitari e non ricevono informazioni sul caso tranne che nelle situazioni in cui sia il Tribunale a stabilirlo? In che modo i vissuti di questi operatori si innestano nei vissuti delle vittime di violenza?

Altra variabile: i servizi sanitari per adulti sono separati dai servizi sanitari per minori, per cui un neuropsichiatra che segue un minore vittima di violenza ha difficoltà ad avere relazioni sui genitori che sono in carico al CSM.

Si tratta di una estrema tutela della privacy o di un sistema frammentato che non considera il lavoro complesso in situazioni di violenza con il minore e la sua famiglia?

La nostra premessa è che non sia possibile considerare la frammentarietà dell’intervento solo sul minore come se fosse avulso dalla famiglia, ma che sia necessario un intervento riparativo sulla famiglia che ha incontrato e vissuto la violenza dentro le mura domestiche, in cui vittime non sono solo i bambini ma anche i genitori non protettivi. Ogni progetto dovrebbe essere inclusivo di interventi paralleli sul minore, sul genitore non protettivo, sul genitore violento o abusante (solo dopo che ha riconosciuto la gravità dei suoi agiti e il danno prodotto alle vittime), sui fratelli e sulla famiglia allargata, con una lente osservativa sui legami trigenerazionali.

Le emozioni degli operatori

 “Il trauma è contagioso”, dice la Herman nel libro “Guarire dal trauma” (Herman, 1992). Anche se in grado minore l’operatore che entra in contatto con la violenza nelle sue varie forme può sperimentare la sensazione di sgomento e disorientamento, il senso di impotenza e inadeguatezza, la sofferenza, la paura, la frustrazione e la rabbia, l’odio e la vergogna propria delle vittime. E quando le vittime sono minori in difficoltà per manifesta inadeguatezza degli adulti, i movimenti identificatori degli operatori spesso sono più forti che in altre situazioni. L’operatore rischia di trovarsi “imprigionato” in un doppio legame (Bateson, Jackson, Haley, Weakland, 1956) di non facile risoluzione. Da un lato sente forte l’urgenza di proteggere e tutelare il minore, dall’altro deve fare i conti con la paura delle possibili conseguenze delle sue scelte, con il timore di ripercussioni contro la propria incolumità, con la rabbia legata al senso di solitudine determinata dal sentirsi incompresi e non sostenuti non solo dal contesto sociale più ampio, ma, alcune volte, proprio dai colleghi che dovrebbero partecipare alla presa in carico, oltre che dal contesto giudiziario i cui tempi spesso sono non coincidenti con i tempi del lavoro psico-sociale.

La decisione di dedicare un modulo formativo al “contagio emotivo” nasce dalla consapevolezza nella mente dei formatori della necessità di lavorare per far sì che le emozioni provate nell’incontro con la violenza dagli operatori non siano negate ma conosciute e valorizzate, facendole diventare parte integrante della relazione di aiuto.

L’epistemologia sistemica permette di posizionarci in quell’ottica binoculare che non fa leggere le procedure come unidirezionali – le emozioni degli operatori in quest’ottica sarebbero trascurabili o neutralizzate – ma, ricorsivamente, pone le emozioni, sia degli operatori sia degli utenti, legate indissolubilmente alla prassi operativa.

L’attenzione, in questa fase della formazione, è stata posta sull’esperienza diretta degli operatori nei loro contesti lavorativi. Non trascurabile il diverso grado di “anzianità” degli operatori che hanno partecipato alla formazione: alcuni alle prese con il loro primo caso di violenza, altri, narratori di storie passate emotivamente “presenti”.

I formatori hanno dichiaratamente assunto il ruolo di “facilitatori” di narrazioni, chiedendo a ciascun componente del gruppo di pensare alla storia di violenza o abuso che più li ha coinvolti nella loro vita professionale e di associare ad essa una immagine, scelta da una raccolta portata dai formatori, che potesse identificare l’emozione prevalente. Infine, partendo da questa emozione prevalente è stato loro chiesto di riflettere sulla posizione relazionale assunta nei confronti del bambino/a e del suo sistema di appartenenza, connettendo il proprio sé personale e professionale.

Di fondamentale rilevanza è stato il momento di condivisione delle riflessioni individuali con il gruppo. Chi raccontava ha avuto la possibilità di vedere in chi ascoltava gli effetti emotivi della storia di cui si faceva portavoce e di riconoscerne le caratteristiche legate al trauma, ad esempio nei momenti di congelamento espresso attraverso pesanti silenzi in tutto il gruppo o nell’esplicitazione da parte di alcuni operatori delle emozioni provate. È stato possibile attraverso un lavoro di supervisione emotiva fare un lavoro di rispecchiamento tra le emozioni delle vittime e quelle degli operatori, in un gioco di specchi che il gruppo ha reso esplicito facendo emergere quanto curare la violenza dell’altro permetta di curare la nostra parte traumatizzata.

Dalla riflessività all’operatività

Il nostro progetto si propone di implementare una forma di evoluzione dal basso verso l’alto, ovvero di presentare ai tavoli tecnici interistituzionali delle tre città di Palermo, Agrigento e Catania, le proposte operative degli operatori per migliorare il funzionamento delle reti territoriali.

Il percorso formativo articolato in 4 moduli, si è focalizzato sulle varie forme di violenza sui minori, sul tema specifico dell’abuso sessuale, sul contagio traumatico e sugli strumenti operativi in ambito preventivo e di presa in carico del minore e della sua famiglia.

Dagli incontri sono emerse alcune proposte operative quali:

  • la creazione di una cartella condivisa sul minore e il suo nucleo familiare il cui accesso possa essere autorizzato al servizio sociale territoriale, ai servizi di pronto soccorso ospedalieri, ai servizi sanitari;
  • l’ampliamento dei servizi che afferiscono alla rete antiviolenza di Palermo e Catania e la creazione della rete antiviolenza ad Agrigento;
  • la condivisione di una mailing list tra servizi sociali e sanitari;
  • la creazione di protocolli operativi in cui venga esplicitato il mandato di ogni servizio, le procedure per la presa in carico del minore e della sua famiglia e la definizione di un metodo di lavoro integrato tra servizi.

Il processo formativo ha permesso la stesura di un documento operativo con prassi e metodi definiti, improntati sull’epistemologia sistemica, da presentare alle istituzioni locali per una approvazione.

Il riconoscimento istituzionale di équipe specializzate nel territorio sull’abuso e il maltrattamento all’infanzia e la definizione di specifici protocolli operativi, rende possibile la legittimazione e l’emersione del fenomeno sommerso dell’abuso e del maltrattamento all’infanzia, nel territorio siciliano.

I dati dell’ultimo “Dossier Maltrattamento 2021” di Terres des Hommes e Cismai sottolineano che i minorenni in carico ai Servizi Sociali nell’Area Nord sono il doppio di quelli seguiti dai Servizi del Sud: 58 su 1.000 al Nord contro i 29 su 1.000 del Sud. Il dato emerso è inversamente proporzionale ai livelli di benessere socioeconomico che caratterizzano le due aree geografiche, per cui ci si aspetterebbe una maggiore richiesta nell’area Sud. Questo aspetto potrebbe essere legato a una maggiore difficoltà da parte dei Servizi Sociali a intercettare i bisogni dei minori e a prenderli in carico, difficoltà connesse a un’organizzazione meno capillare e meno strutturata dei Servizi stessi e alla crescente riduzione di finanziamenti nell’area della prevenzione.

Non sappiamo ancora quali effetti tali proposte operative avranno nei contesti istituzionali e se riusciremo a promuovere nei tre territori una cultura centrata sulla visione circolare e complessa della violenza e dell’abuso sessuale sui minori.

Pur essendo dentro tre territori siculi, ognuno ha una specificità influenzata dal contesto socioculturale e dall’organizzazione dei servizi e queste sono variabili che avranno un effetto sulla ricaduta del progetto nei territori.

Confidiamo in un certo effetto perturbativo del nostro lavoro a vari livelli dei servizi sociali e sanitari e nella mente dei singoli operatori.

Potersi sentire parte di una rete che sostenga la complessità dei casi, permette il superamento della paura data dal sentirsi soli da parte degli operatori, dal sentirsi vittime loro stessi della propria organizzazione lavorativa e del proprio sistema sociale e culturale di appartenenza. La rete può così assumere quella funzione di “base sicura” necessaria per riconoscere e gestire storie di abuso.

Riferimenti bibliografici

Bateson, G.; Jackson, D. D.; Haley, J.; Weakland, J.H. (1956), Verso una teoria della schizofrenia, in Bateson, G. (1972), Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi.

Cronen, V. E.; Johnson, K. M.; Lannamann, J. W. (1983), “Paradossi, doppi-legami e circuiti riflessivi: una prospettiva teorica alternativa”, Terapia Familiare, 14, 87-120

Judit Herman L. (1992), Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo, Roma, Magi Edizioni.

Keeney, B. P. (1983), Aesthetics of change, New York-London, The Guilford Press, tr. it. L’estetica del cambiamento, Roma, Astrolabio, 1985.

Malacrea M. (a cura di) (2018), Curare i bambini abusati, Milano, Raffaelo Cortina Editore.

Malacrea M. (2021), Ricordi traumatici,Vecchi dubbi, nuove certezze, Milano, Franco Angeli.

Onnis L. (2010), Lo specchio interno. La formazione personale del terapeuta sistemico in una prospettiva europea, Milano, Franco Angeli.

Seconda Indagine Nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia (a cura di ) Terres des Hommes e Cismai.

von Foerster H. (1987), Sistemi che osservano, Ceruti, M.; Telfener, U. (a cura di), Roma, Astrolabio.