Una storia di Connessioni

Una storia di Connessioni

di Vincenzo De Bustis, Gianluca Ganda e Massimo Giuliani

La storia di Connessioni smentisce il pregiudizio per il quale gli oggetti fisici “esistano” in un grado maggiore che quelli virtuali. Avevamo lasciato una rivista di carta che raggiungeva faticosamente alcune centinaia di lettori per numero, abbiamo creato una rivista telematica che, uscita a metà ottobre del 2017, alla fine di quell’anno aveva già avuto oltre 7.300 contatti e dal 2020 ha ogni anno dai 24.000 ai 27.000 accessi.
A guardare indietro, emoziona come la rivista abbia vissuto non solo le vicissitudini del Centro Milanese di Terapia Familiare, ma anche quelle della realtà circostante, del contesto sociale ed economico, dei modi di comunicare.
Vincenzo De Bustis, Gianluca Ganda e Massimo Giuliani rievocano un percorso iniziato col Centro Milanese di Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin.

Massimo Giuliani: Cosa si può raccontare della rivista? Per cominciare facciamo un po’ di contesto. La rivista è pubblicata dal Centro Milanese di terapia della famiglia, il centro che è stato creato da Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin — ma quella del Centro è una storia nota, non ci torniamo. Diciamo che Connessioni nasce dalle ceneri della prima pubblicazione del Centro Milanese, che si chiamava Il Bollettino del Centro Milanese di Terapia della Famiglia. Era una specie di ciclostilato, un prodotto fatto in casa, ad uso interno.

Gianluca Ganda: Eravamo tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, nell’epoca dei fondatori, potremmo chiamarla così. Boscolo e Cecchin erano i docenti e la formazione era strettamente collegata alla clinica. Il Bollettino ripubblicava articoli interessanti, vere e proprie pietre miliari della terapia della famiglia, contributi desunti dalle riviste internazionali più importanti, poi tradotti per la circolazione interna nella scuola.

Vincenzo De Bustis: Sì, forse è importante dire per le nuove generazioni che il Centro Milanese di terapia della Famiglia è un istituto di formazione storico e ha nel suo statuto la pubblicazione di una rivista.

GG: Aver previsto nello statuto questo elemento ci dice quanto Boscolo e Cecchin ritenessero importante far conoscere le loro idee e renderle parte di un dibattito tanto ampio da poter avere una risonanza non solo italiana ma internazionale.

MG: Sì. Boscolo e Cecchin giravano il mondo, il Centro Milanese aveva già una proiezione internazionale. Scrivere, pubblicare, mettere su carta aveva il senso di condividere con il mondo le idee che nascevano a Milano in via Leopardi. Loro avevano fatto una parte importante della loro formazione negli Stati Uniti e sapevano quanto fosse importante il movimento della terapia della famiglia negli Stati Uniti.

GG: Dicevamo, dal Bollettino si arriva a Connessioni…

VDB: Fu proprio grazie a Connessioni che nei primi anni ’90 ebbi modo di conoscere il CMTF. Le sono affezionato per questo…

GG: Ad esempio, il numero più vecchio che ho di Connessioni risale al dicembre del 1992. In sommario Anderson e Goolishian, Cecchin, Gabriela Gaspari e Barbetta: voci di Milano e voci dal mondo. Questa è stata la prima esperienza di una rivista con un respiro più ampio. Ne gira ancora qualche copia al Centro: erano volumetti piuttosto agili, con la copertina dai colori accesi: giallo, arancione, fucsia, blu elettrico. E i contenuti sono ancora validi.

VDB: Sì, ce ne sono ancora in giro, si riconoscono per quel formato simpatico. È vero che i contenuti sono ancora attuali, ricordo un numero con un articolo di Pierre Khan sul tema delle famiglie monoparentali! Khan descriveva quello che trenta anni fa era l’emergere di questo nuovo costrutto sociale. È una testimonianza dell’evoluzione di un tema sociale. Nello stesso numero c’è un’intervista a Cecchin. È interessante leggere quello che dice a proposito di un modello non autoritario di formazione e crescita personale. La domanda è “Gianfranco qual è la tua posizione rispetto alla formazione personale del terapeuta?”. Cecchin risponde: “È un’idea che viene dalla psicanalisi, penso che per prima cosa sarebbe interessante capire se le persone che vengono da noi cambiano il loro stile. All’inizio dicevano di sì, che cambiava. Non solo con i pazienti ma anche nella loro vita relazionale. Poi penso che si possa lasciare agli allievi la libertà di presentare la loro famiglia, se vogliono, il genogramma familiare. Però ci vogliono una domanda e un metodo preciso: l’allievo descrive liberamente la sua storia e il gruppo ascolta”.

GG: Nei primi numeri di Connessioni degli anni ’90 cogliamo un andamento bidirezionale della comunicazione e del confronto delle idee attorno alla terapia: dall’esterno all’interno e viceversa. Le idee di Milano che si confrontavano con teorie e prassi provenienti da oltre oceano o dal Nord Europa. Il confronto a Milano è da sempre una necessità.

VDB: L’obiettivo della rivista da allora rimane lo stesso, ed è quello di creare connessioni, di promuovere la comunicazione tra le persone, far conoscere le idee suoi sistemi, far emergere differenze. La rivista poi vuole anche essere un’interfaccia con altre scuole, con altre discipline e con realtà teoriche e culturali non solo sistemiche e non solo terapeutiche.

MG: Nel 1997 c’è una nuova svolta, e la rivista cambia pelle. Abbiamo un nuovo numero 1, è un numero storico. Ogni numero diventava monotematico ed era identificato da un titolo espresso con tre parole chiave. Questa era la nuova formula, il primo volume si chiamava “Linguaggio, ermeneutica, narrativa”.

GG: Il numero 1 della seconda edizione ospita nomi importanti. Boscolo, Cecchin, Bianciardi, Bertrando, Bruner, Telfner, Michael White.
Marco Bianciardi e Paolo Bertrando erano i coordinatori della rivista insieme a altri membri delle scuole di allora, come Marzari di Bologna, Apolloni di Padova e altre sedi sparse per il territorio italiano.

MG: In questa fase la rivista è diretta da Boscolo e Cecchin, entrambi erano direttori responsabili. Marco Bianciardi e Paolo Bertrando erano i curatori, che si impegnavano periodicamente a raccogliere il materiale e metterlo insieme. Già allora la redazione era composta da membri di tutte le sedi. Ricordiamo che tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del nuovo millennio il Centro Milanese aveva qualcosa come otto sedi in giro per l’Italia. E sempre nell’arco della sua storia, come anche adesso accade, la rivista ha avuto una redazione con rappresentanti di tutte le sedi. Abbiamo sempre pensato che fosse un modo per valorizzare la molteplicità di voci, ciascuna con una propria specificità sia territoriale che di storia, che si possono ascoltare sotto l’ombrello del modello milanese.

GG: Succede che nel frattempo Luigi Boscolo era rimasto solo nella direzione della rivista dalla scomparsa di Cecchin…

MG: Sì, e nel 2014 lui e Jacqueline Pereira mi propongono di assumerne la direzione. Credo che il contesto storico fosse un po’ quello della crisi economica iniziata nel 2008 e quindi anche il mercato dei libri cambia molto, e anche le librerie cambiano molto. Nel 2014 la rivista era praticamente sparita dagli scaffali, come un po’ tutte le riviste di psicoterapia. La rivista di carta aveva una vita piuttosto complicata, le librerie in quel momento facevano sparire dagli scaffali le riviste specializzate per fare posto a cose più vendibili, più appetibili per il mercato.

GG: Possiamo rinarrare la storia di una rivista come Connessioni anche nell’ottica dello sviluppo tecnologico che c’è stato e di come la comunicazione viene portata avanti. Quello che credo che Massimo si presti a dire si innesta proprio su questo elemento, giusto?

MG: Sì, perché la distribuzione di questa rivista di carta era sempre più complicata. Pensate che per l’entusiasmo ogni tanto il numero di Connessioni era talmente pieno di roba, era talmente voluminoso che veniva fatto in perdita. Il prezzo di copertina di diciotto euro non bastava a coprire la spesa del singolo volume che oltretutto era talmente spesso da non entrare nelle cassette della posta degli abbonati!
Peraltro, nello stesso periodo la circolazione delle informazioni evolve, cambia, diventa liquida, virtuale. Io avevo qualche piccola esperienza di editoria quindi sapevo come muovermi, e l’idea che ci venne fu che si potesse affiancare alla rivista di carta, difficile da trasportare e difficile da spedire, una versione in digitale. Quindi Connessioni comincia ad uscire in doppio formato. Ecco, mi sta molto a cuore la precisazione che faceva prima Gianluca: quella di questa rivista la sentiamo davvero come una storia che sta molto dentro al contesto della nostra società.

GG: Così affianchiamo la rivista di carta alla rivista digitale ma insomma la rivista di carta continua ad essere prodotta con un grande onere e con tutto quello che comporta.

MG: Ed è veramente un prodotto piuttosto costoso. Peraltro tra le difficoltà di produrre la rivista di carta c’era il fatto che la rivista usciva sempre in ritardo. C’è stato un momento in cui eravamo indietro di circa un anno e mezzo, quindi di tre numeri.

GG: Fino a quando c’è una svolta epocale: anche il Centro Milanese e Connessioni si fanno investire dal vento che spira in internet.

VDB: Oggi il mondo è diverso, siamo iperconnessi. La rivista Connessioni è presente su internet e può essere letta gratuitamente e liberamente…

MG: Perché quello che succede è che un giorno del 2017 io ricevo una telefonata dall’allora direttore del centro, Pietro Barbetta, insieme a Jackie Pereira, moglie di Luigi Boscolo. Mi dicono che fare questa rivista è diventato troppo costoso e restiamo con la sola edizione online. E io dico “non abbiamo un’edizione online!” e mi dicono “beh, allora falla”. Così dobbiamo inventare una rivista online praticamente in quindici giorni! Da una parte è una storia eroica, è la storia di come questa redazione e noi che la guidiamo ci siamo riconfigurati in un tempo brevissimo, ma è anche, e ancora una volta, una storia che segue di pari passo la storia dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione. Tanto che un aspetto eroico che racconto sempre, è che in questi quindici giorni in cui dovevamo iniziare questa nuova impresa, avevo un impiccio, dovevo entrare in ospedale per un piccolo intervento, e fuori dalla sala operatoria ero in contatto telefonico con la segreteria del Centro, perché dovevamo far partire un ordine per comprare un tema grafico per il nuovo sito della rivista online…

GG: Non so come la vedi, però secondo me quella telefonata di Pietro e Jacky arriva al culmine di tutto un lavorio, di disagi, malesseri e mal di pancia dei due o tre anni precedenti. Il ritardo dei numeri in realtà penso si potesse anche vedere come il segno di un continuo ripensamento, una riflessione rispetto a che cosa volevamo che fosse Connessioni, o del domandarsi cosa potesse diventare.
C’è da dire anche che in quegli anni il Centro si trova ad essere orfano di entrambi i suoi padri fondatori. In quel periodo ci stavamo chiedendo: “cosa ne facciamo di Connessioni? Ne facciamo una rivista ad impatto scientifico?”. All’epoca succedeva che alcuni redattori prendessero un treno, un aereo o la macchina se andava bene, per arrivare e trovarsi a lavorare per la rivista. Oppure all’epoca c’erano anche i ritrovi residenziali delle scuole, in cui gente da tutta Italia confluiva in un luogo e quindi c’era anche la possibilità di fare incontri, dibattiti, meeting organizzativi. Me ne ricordo uno che facemmo a Genova, uno dalle parti di Montegrotto, in cui si parlava, oltre che del confronto delle idee, anche di come portare avanti il lavoro. “Facciamo di Connessioni una rivista indicizzata, come molte riviste importanti, oppure no? Che cosa richiede questo?” Ci siamo fatti per moltissimo tempo questa domanda.

MG: Si, è un passaggio importante. Connessioni, in un certo senso, ha sempre coltivato la propria diversità rispetto al panorama delle riviste di psicoterapia. In sostanza il tendere più verso un modello di ricerca qualitativa, più che quantitativa. Il tendere verso un tipo di ricerca che fosse più narrativa, più che da laboratorio. Quindi in un certo senso, nella crisi d’identità che giustamente sottolineavi, c’era anche questa enorme questione. Considerando anche che libertà non significa fare le cose così come vengono, e infatti ciascun contributo viene esaminato da due redattori. Così come si fa abitualmente nelle riviste scientifiche, quelle con tutti i riconoscimenti e i crismi. Quello che succede però, è che a parte casi assolutamente al limite, in cui il contributo è assolutamente distante e incompatibile con la cornice teorica di Connessioni, un contributo che arriva difficilmente viene rifiutato. Quello che può succedere è che se i due redattori che lo prendono in carico non lo ritengono abbastanza compiuto o affine al genere di ricerca che interessa alla rivista, passano attraverso la redazione, si rimettono in contatto con l’autore e “adottano” articolo e autore, lo affiancano dandogli tutte le dritte e il supporto per completare l’articolo e così normalmente l’articolo viene pubblicato. Insomma si lavora, più che in un’ottica di selezione, in un’ottica cooperativa e collaborativa.

GG: Questo ci permette di dire anche che la costruzione di un numero è una reale costruzione, come anche l’evoluzione della rivista, che ha avuto dagli anni ’90 ad oggi, è una costruzione che ci porta a un cambiamento continuo. Per un po’ ci va bene in un modo, poi succede qualcosa intorno a noi che quasi ci impone di cambiare. Ora abbiamo la rivista online, che ha delle sue particolarità, con due numeri online. Quali sono le sue particolarità?

MG: Esatto. Abbiamo una rivista online che, di fatto, continua a conservare la scansione di una rivista classica, due uscite all’anno con un certo numero di contributi. Intanto, c’è da dire che rispetto al passato, una differenza importante è che nel momento in cui abbiamo raccolto tutti i contributi definitivi, che sono passati attraverso le mani di Enrico Valtellina che corregge le bozze, due giorni dopo la rivista è sotto gli occhi di tutti. Quindi tutta quella trafila che aveva a che fare con l’acquisto della carta, il passaggio in tipografia, l’impaginazione, la distribuzione e così via non c’è più. In effetti, quella svolta del 2017 ha accorciato di molto la catena di produzione della rivista. Rivista che da un certo punto di vista ha continuato un po’ a mantenere un’identità simile a quella che aveva quando usciva in forma cartacea. È stata un’esperienza completamente nuova e molto emozionante, con un numero di accessi straordinario sin dalle prime ore di uscita di un nuovo numero, di ciascun singolo articolo. Gli accessi sono immediatamente arrivati a diverse centinaia solo nella prima giornata di uscita.

VDB: credo che il timing della nuova rivista sia anche molto funzionale a quell’esigenza di confronto che si diceva…

GG: Immagino che ti riferisca alle rubriche come “Dal mondo sistemico”: la cura Umberta Telfener e contiene aggiornamenti puntuali sulle attività congressistiche un po’ in tutto il mondo. Allo stesso tempo la rubrica “Territori sistemici” valorizza i contributi degli allievi delle Sedi. Continua quel lavoro dall’interno e dall’esterno che dicevo prima…

MG: E a proposito della rivista telematica c’è un altro elemento che mi sta a cuore, e credo di poter parlare per tutti. Prima facevamo riferimento al dibattito interno della redazione e anche al Centro Milanese, anche alle sedi del Centro Milanese. La domanda era se dovessimo continuare ad essere una rivista libera e sfogliabile da chiunque, o se dovessimo essere una rivista indirizzata agli addetti ai lavori. Io credo che nel momento in cui abbiamo deciso di fare il salto, immaginando la nuova rivista online, fossimo forti anche di un’esperienza che non avevamo condiviso esplicitamente, ma che in qualche modo avevamo, l’esperienza di qualcosa che era nell’aria e che sentivamo soprattutto attraverso le nostre reti sociali, i nostri social network, i nostri contatti. Sentivamo che intorno a questa rivista c’era una curiosità e un’attenzione che andava al di là della nostra cerchia di colleghi.
Così, per mantenere questo elemento di apertura, Connessioni è assolutamente accessibile, semplicemente digitando la URL, senza alcun tipo di abbonamento. Quello che abbiamo verificato è che tutta la simpatia che c’era intorno a questi personaggi che facevano la terapia della famiglia, che pubblicavano questa rivista quasi fantasma, è venuta allo scoperto. Il feedback che abbiamo dai social network è che la rivista è molto attraente, anche per chi non fa il nostro mestiere, ma magari può essere interessato alle tematiche della famiglia, o al pensiero della complessità applicato nei vari ambiti della vita. Anche da questo punto di vista, sempre di meno Connessioni è una rivista di terapia della famiglia, e sempre di più, un po’ come recita il suo sottotitolo, una rivista di ricerca e studio sui sistemi umani. Infatti pubblichiamo interventi di sociologi e altri professionisti.

GG: Anche umanisti.

MG: Esatto, umanisti in generale. Penso anche al numero speciale in occasione del Covid.

GG: Penso dovremmo dire anche un’altra cosa, che riguarda la collaborazione con Metalogos, la rivista online greca, che esce anche in lingua inglese, che ci sembra un ulteriore modo per entrare in una logica di comunicazione, scambio, dialogo e condivisione di idee. Noi adesso ospitiamo molto volentieri un articolo a numero di Metalogos. I contenuti possono essere vari, quello che cerchiamo di fare è dare spazio sia a qualche autore greco che alle risonanze di Metalogos in occasione di eventi di interesse internazionale, come è avvenuto alla morte di Maturana.

MG: Questo è un passaggio importante, la collaborazione con Metalogos è stata un momento di grande crescita per Connessioni. Intanto perché è uno dei modi in cui in questo momento la rivista porta avanti la sua vocazione di apertura al mondo sistemico. Poi perché nella sua continuità nel tempo è una grande occasione di confrontarci con una realtà vicina geograficamente, ma con cui esistono sia somiglianze che differenze.

GG: Dal punto di vista editoriale una differenza sta forse anche nella forma che noi abbiamo rispetto a quella che invece ha Metalogos, che ospita spesso video, dei contributi filmati e parlati direttamente. Noi siamo invece rimasti in una logica strettamente testuale.

MG: È vero, questo è uno dei vincoli della nostra vecchia eredità di rivista cartacea. Infatti il passaggio successivo in quest’evoluzione ha a che fare proprio con questo. In qualche modo nel traino di questa rivoluzione si può dire che c’è anche il confronto con Metalogos, che fa delle scelte differenti da noi, per esempio è una rivista a cui si accede per iscrizione. Noi abbiamo fatto una scelta diversa, ma resta un aspetto interessante, come quello per cui il loro materiale non è sempre testuale o da leggere.
La piccola rivoluzione di Connessioni, insomma, è quella iniziata qualche anno fa, nel senso che ci siamo resi conto che siamo una rivista online, ma alcune delle potenzialità dell’essere online sono rimaste un po’ imbrigliate. Innanzitutto nel fatto di dover fare una rivista con la periodicità di una rivista di carta, quindi il nostro sito riceve un traffico molto concentrato nei venti giorni successivi all’uscita di un numero, e poi torna a un livello di traffico normale per i cinque mesi e mezzo successivi. Il che in realtà da un certo punto di vista non è molto utile, o comunque ha un’utilità che stiamo discutendo, per esempio per capire se possa essere più utile distribuire pubblicazioni di materiale maggiormente durante nel corso dell’anno, quando sono disponibili, non quando è fissata la data di uscita. Uscire insomma dal vincolo di fare due numeri, a giugno e a dicembre ogni anno, pensando di avere un contenitore che può essere riempito continuamente e mantenere un certo filo del discorso e del confronto. Una cosa che stavamo osservando è per esempio che l’uscita semestrale non è molto amica del dibattito. Se io voglio dire qualche cosa su un contributo appena è uscito, la dirò sei mesi dopo. Se l’autore del contributo che commento vuole rispondere, avrà a sua volta sei mesi per rispondere. Questo non aiuta il dibattito, e secondo noi il dibattito è uno degli elementi da ravvivare nel mondo sistemico di questi anni. Insomma, è un momento in cui è utile che Connessioni diventi sempre di più uno spazio aperto al dibattito e produca costantemente materiale nuovo da leggere.