Recensione di “La classe è morta”

Recensione di “La classe è morta”

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di Carla Cerati a cura di Pietro Barbetta
Mimesis Edizioni
Letto da Enrico Valtellina

Uno degli strumenti che hanno portato alla deistituzionalizzazione basagliana è stato un libretto curioso della serie politica Einaudi, quelli viola, pubblicato nel 1969 ma assemblato l’anno precedente. Morire di classe raccoglie brevi scritti, citazioni a tema salute mentale e istituzionalizzazione, ma soprattutto le immagini straordinariamente potenti di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin. Le fotografie scattate negli ospedali psichiatrici di Gorizia, Firenze e Parma, senza mostrare violenza esplicita, sono capaci di rappresentare nel modo più crudo e diretto l’abbandono al margine delle spoiled identities, la realtà disumana dell’istituzionalizzazione del disagio psichico.
Un’operazione editoriale interessante è stata la recente pubblicazione per Mimesis nella collana “sguardi e visioni” dei materiali di Carla Cerati raccolti in Morire di classe con un apparato critico ulteriore, così è nato La classe è morta, a cura di Pietro Barbetta. A John Foot, giornalista inglese autore di un prezioso volume su Basaglia a Gorizia, La “Repubblica dei Matti”. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, è stata affidata la prefazione, in cui ripercorre la genesi del progetto di Morire di classe e la sua funzione nella divulgazione della sensibilizzazione al problema della manicomializzazione. Il testo, molto ricco e articolato, di Pietro Barbetta raffronta il tempo dell’apparizione originaria del volume e quello presente, in relazione al significante surdeterminato “classe”, un tempo fronte emancipativo in cui riporre speranze attraverso l’azione comune, ora dissolto e sostituito da masse senza altro progetto che salvaguardare e incrementare il proprio privilegio affidandosi a figure che si vogliono carismatiche e appaiono ostentatamente ubuesche. E sul fronte del disagio psichico il “manicomio chimico”, come lo chiama Piero Cipriano, ha sostituito quello di mattoni, senza che si sia mai realizzato il progetto di inclusione sociale reale auspicato dalla rivoluzione basagliana. Il volume si chiude con un contributo di Silvia Mazzucchelli che riporta sulla scena la vicenda professionale e umana singolare di Carla Cerati, personaggio complesso e affascinante, e l’orizzonte etico affermativo e militante che aveva portato alla realizzazione del progetto originario.

Un libro straordinariamente interessante che, attraverso lo scarto temporale di più di mezzo secolo, porta a pensare alla stessa cosa in tempi diversi, a interrogarci su quanto si sia realizzato di ciò che era nelle intenzioni degli autori di Morire di classe, e su come lo spirito di emancipazione collettiva attraverso battaglie condivise che ne animava le intenzioni sia ormai a minimi storici, sopraffatto da cinismo, individualismo, settarismo, e da un’assoluta mancanza di classe.