a cura di Barbara Trotta
Riflessioni a partire da EFTA RELATEs di Lione 2025
Fabio Gamba, Margherita Luciani, Rossana Sisana, ex-allievi CMTF
Negli ultimi decenni il pensiero sistemico ha progressivamente abbandonato l’illusione di potersi fondare su modelli esplicativi forti e su tecniche formalizzabili in modo stabile. La conferenza EFTA RELATEs 2025, svoltasi a Lione nell’agosto scorso, ha reso particolarmente visibile come oggi il cuore della sistemica non risieda tanto nel che cosa si fa in terapia, quanto nel modo di stare del terapeuta nella relazione. È in questo spostamento che la questione etica emerge non come ambito separato, ma come dimensione costitutiva della pratica clinica.
Come ha sottolineato Umberta Telfener, l’etica sistemica non coincide con l’adesione a un codice normativo, ma con una postura riflessiva che si costruisce nel tempo, nell’incontro con le persone, i contesti e i limiti della relazione. L’etica non precede la clinica: si genera nel suo farsi.
Uno dei presupposti condivisi emersi riguarda il superamento definitivo dell’ideale di neutralità. Il terapeuta sistemico non può più pensarsi come osservatore esterno, né come regista invisibile delle dinamiche relazionali. È piuttosto un soggetto implicato, portatore di storia, appartenenze, emozioni, valori e posizioni di potere. In continuità con le riflessioni di Telfener e Fruggeri, il posizionamento del terapeuta diventa una questione etica centrale: ogni intervento, anche minimale, contribuisce a definire ciò che diventa visibile, dicibile e pensabile nella relazione terapeutica. Domande, silenzi e riformulazioni non sono mai neutri, ma orientano il campo delle possibilità. L’etica si produce così nella clinica stessa, attraverso una vigilanza continua sulle proprie premesse epistemologiche e sugli effetti relazionali dell’agire terapeutico.
Un nodo cruciale riguarda il rapporto tra conoscenza, potere e responsabilità. Il sapere teorico e clinico è indispensabile, ma può trasformarsi in una griglia totalizzante che rischia di saturare il campo del possibile. In questo ambito si colloca il contributo di Federico Ferrari, che propone una lettura della posizione del terapeuta come danza tra punti di vista, attraversata da tensioni epistemologiche inevitabili. Il rischio etico maggiore non è l’ignoranza, ma l’eccesso di coerenza: quando il terapeuta aderisce rigidamente a un modello, il sapere diventa potere definitorio e la relazione si irrigidisce.
Da qui l’idea di una dissonanza epistemologica intenzionale come risorsa clinica ed etica. Il terapeuta è chiamato a mantenere una distanza critica dalle proprie categorie interpretative, accettando che esse non esauriscano mai la complessità dei sistemi umani. Questa postura consente di restare responsabili senza diventare prescrittivi, di intervenire senza colonizzare l’esperienza dell’altro, evitando l’esercizio implicito di un potere epistemico sulle vite delle persone.
Un altro asse centrale riguarda la curiosità. Non una curiosità tecnica o strategica, ma una curiosità autentica che nasce dall’incontro tra singolarità. Come sottolinea Pietro Barbetta, la curiosità non può essere prescritta: emerge come effetto di una risonanza relazionale. La relazione terapeutica diventa così uno spazio in cui corpo, vulnerabilità ed esperienza vissuta possono entrare nel dialogo senza essere immediatamente neutralizzati. Questo implica una posizione etica delicata: riconoscere la propria vulnerabilità senza annullare l’asimmetria del ruolo, partecipare senza occupare lo spazio dell’altro, esporsi senza invadere. L’etica sistemica si gioca qui su un confine mobile, che richiede sensibilità ai limiti e capacità di ritrarsi.
Il lavoro sulla riformulazione del passato e sulla riparazione mette in luce un’ulteriore dimensione dell’etica sistemica: la responsabilità relazionale. In questa direzione, i contributi di Juan Luis Linares e Maurizio Andolfi mostrano come riformulare non significhi cancellare il danno, ma creare le condizioni affinché il trauma possa essere nominato e trasformato in una narrazione condivisibile. L’etica sistemica che emerge da EFTA RELATEs si configura come una responsabilità senza colpa: il terapeuta non è chiamato a stabilire verità morali, ma a sostenere processi di risignificazione che mantengano aperta la possibilità del legame, tollerando ambiguità e complessità.
L’etica del terapeuta sistemico non si esaurisce nella stanza di terapia, ma si estende al lavoro con le reti sociali e istituzionali. Come ha mostrato Carlos Sluzki, la salute mentale è sempre intrecciata alla qualità delle reti di appartenenza e di riconoscimento. Assumere una posizione etica significa interrogare le premesse implicite delle istituzioni, i tempi imposti, le logiche di controllo e di accelerazione che spesso entrano in tensione con i bisogni delle persone. In questo senso, il lavoro sistemico assume una valenza anche critica e politica, rendendo visibili gli effetti relazionali dei contesti in cui è immerso.
L’etica del terapeuta sistemico contemporaneo può essere pensata come una competenza relazionale complessa, che si costruisce attraverso l’esperienza, la riflessività e il confronto con il limite. Essa implica il riconoscimento della propria implicazione nei sistemi osservati e la responsabilità degli effetti, anche inattesi, del proprio intervento. L’etica non è una cornice esterna alla clinica, ma la sua trama interna: ciò che orienta il modo di stare nella relazione, una pratica viva, che prende forma nel dialogo e nella disponibilità a lasciarsi trasformare dall’incontro. È un’etica che non protegge dall’errore, ma consente di riconoscerlo; che non garantisce risultati, ma mantiene aperta la possibilità di connessione anche nei contesti più fragili.
