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Il congresso nazionale delle scuole CMTF 2025 attraverso la voce di alcuni allievi.

"...un campo vivo, in cui ogni contributo apriva a nuove risonanze".
Rivista Connessioni 13 Marzo 2026 12 min read

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a cura di Barbara Trotta

Congresso nazionale delle scuole CMTF, Milano, 22-23 Novembre 2025

Armoniosa connessione

Giorgio Bonetti Giorgio e Deborah Schiano di Zenise, allievi II° anno CMTF, sede di Monza

Il 22 e il 23 Novembre 2025 le scuole del Centro Milanese di Terapia della Famiglia (Milano, Monza, Padova, Palermo e Trieste) si sono ritrovate in un convegno che ha intrecciato prospettive, accenti e narrazioni provenienti da più città. Un incontro di sguardi che, pur partendo da una radice comune, hanno portato nel dialogo le proprie specificità, i propri modi di stare dentro i sistemi relazionali e di raccontarli.

La sensazione condivisa è stata quella di trovarsi in un campo vivo, in cui ogni contributo apriva a nuove risonanze. Le emozioni si muovevano tra i gruppi come onde che non appartenevano più a chi parlava, ma si depositavano tra tutti, generando quel particolare sentire che nasce quando le relazioni si lasciano osservare e trasformare.

In quel clima generativo anche una poesia è nata, fatta di vissuti che trasporta e da cui si fa trasportare:

Come delicata brezza,
come nutriente pioggia,
come risonante cinguettio
nella tua foresta interiore;
mi addentro tra spiragli e riflessi di luce,
zone d’ombra riparate e buio indefinito.
Tua linfa vitale che il reame permea
mi attraversa nel fluttuar tra i tuoi racconti;
tutto è sacro, nulla è casuale,
ed io mi ci muovo in punta di piedi,
imperfetto ballerino che profanar non deve
e che proprio il fiato trattiene
quando nei meandri più stagnanti ad esplorar si trova.
Da quanto tempo il tuo sguardo è fisso,
mi domando mentre la man ti porgo
perché ti unisca al movimento in evoluzione;
perché la tua natura possa continuare a crescere,
perché nuovi germogli esalino il primo respiro.
E così danziamo al tuo teatro, fianco a fianco,
se mi è concesso e con permesso,
ospite e custode
di ogni albero, radice, respiro di questa realtà.
Come un’orchestra di corpi, menti, emozioni
in Armoniosa Connessione.

Ritornare alle sensazioni di quelle giornate significa risentire l’intreccio di storie, la delicatezza degli scambi, la cura con cui si è entrati nei rispettivi mondi altrui senza invaderli, ma per lasciarci spunti di crescita. Le scuole, pur diverse nei linguaggi e nelle esperienze, hanno dato vita a un unico movimento relazionale, come se il campo tra noi avesse respirato all’unisono.

Resta l’immagine di una comunità che cresce attraverso la pluralità: un modello psicoterapeutico che ci accomuna; un’infinita e mosaica costellazione di modi di osservare, pensare, sentire. Ciò che abbiamo vissuto continua a circolare nelle nostre pratiche e nei nostri sguardi, ricordandoci che il sistema non è mai solo un concetto tecnico, ma un’esperienza profondamente umana, fatta di connessioni che si rigenerano ed evolvono ogni volta che ci si incontra davvero.

Tra il nuovo e il conosciuto, le alleanze che ci uniscono tra generazioni

Francesca Rusalen, ex allieva CPTF, sede di Padova

Il congresso delle scuole del Centro Milanese di Terapia della Famiglia è sempre un po’ speciale, e ogni anno lo è per qualcosa di diverso e in maniera diversa per coloro che vi partecipano. Lo è per noi studenti perché abbiamo la possibilità di metterci in gioco e proporre nostre riflessioni: lo facciamo sentendoci carichi di responsabilità per la possibilità di dire qualcosa che non per forza abbiamo l’ardire di pensare essere nuovo. In fondo, quanti pensieri davvero nuovi ci sono? e cosa significa nuovo, se partiamo dalla premessa di Wittgenstein che “i limiti del mio linguaggio sono i limite del mio mondo”? Quando Maturana si è inventato il termine autopoiesi per indicare l’organizzazione circolare del vivente e insieme enfatizzare la sua caratteristica autonomia, quella sì che è stata una grande novità, e lo è stata proprio perché ha inventato un nuovo termine e insieme un nuovo linguaggio, una nuova visione che ci ha portato a tentare di porci in maniera diversa nel mondo, con noi stessi e con gli altri. Tolte quindi le grandi aspettative, perché, per fortuna, di Maturana ce ne è uno solo e, in fondo, a noi basta la grande fiducia accordataci dai professori nel dare concretamente voce al nostro pensiero. Penso che l’attenzione di noi studenti fosse diretta a sviscerare ciò che stiamo apprendendo in questi arricchenti anni di formazione con le novità che inevitabili ci attraversano e influenzano le relazioni terapeutiche che ci accingiamo, più o meno timidamente, a comporre in questi anni da “apprendisti”. Ecco forse spiegata la grande attenzione data all’Intelligenza Artificiale nel corso del Congresso e il rapporto che questa può avere, non solo nei confronti dei pazienti che ricercano consigli online, ma anche in quelli del terapeuta, che può chiedersi cosa può dare lui di diverso dalle risposte così cordiali e puntuali del bot. I concetti cardine a noi cari di circolarità, ipotizzazione e neutralità (anche se quest’ultima, possiamo dire, è stata soppiantata dalla curiosità, la quale durante il congresso è stata ampiamente presa di ispirazione vincendo 10 a 0) hanno fatto da faro per tratteggiare un punto di forza importante e che continua a creare differenza nel rapporto terapeutico, non solo nei confronti di altri approcci, ma anche nell’interazione con l’AI, la quale, essendo implementata dall’uomo, è sempre un passo indietro nell’interazione con noi. Cosa impariamo dall’uso di questi strumenti sull’umanità? Quali sono gli aspetti etici che tale uso e sfruttamento comporta? Il dibattito è stato acceso, ma penso sia più utile rifletterci in questa sede cambiando punto focale, continuando la riflessione per portarla oltre i due giorni di Congresso. Per questo ho pensato di chiedermi: qual era il clima del congresso? Mi pare abbia attraversato vari colori a seconda della tematica. Per esempio, per l’AI era abbastanza agguerrito e motivante, spiccatamente riflessivo, stimolandoci moltissimo su vari aspetti della relazione terapeutica. Se penso invece ad altri momenti, noto un clima più caldo, carico di emozione: penso all’intervento sugli albi illustrati, agli strumenti musicali suonati insieme, ai balli creati… Mi chiedo quale fosse il filo conduttore che potesse unire le riflessioni alle pratiche, i ragionamenti lunghi all’arte. Forse proprio questo il punto: stare semplicemente dentro un ombrello tematico in un’organizzazione più libera e meno strutturata. Questa struttura diventa più creativa in ogni momento e quindi più arricchente proprio perché ci sono tanti pezzi di “novità”, una novità soggettiva, diversa per ognuno: c’è chi aveva bisogno di una riflessione in più perché non si ferma mai, chi aveva bisogno di staccare dai pensieri e lasciarsi emozionare, tutto questo, in gradi diversi e in momenti diversi per ciascuno. Ecco forse ciò che manca all’Intelligenza Artificiale: creazione, novità, circolarità, curiosità, etica. Se siamo riusciti a portare un po’ delle nostre riflessioni anche ai professori, potremmo ritenerci soddisfatti: noi giovani terapeuti che ci scontriamo con un enorme numero di professionisti “reali” e dispensatori di svariati consigli livello pro, ossia Intelligenza Artificiale in diverse salse, abbiamo molte sfide davanti e credo che il dialogo tra varie generazioni che si è coltivato durante il congresso sia un’ottima opportunità di confronto. Che il grande Maturana ci protegga!

Non perdiamo di vista l’unicità del terapeuta!

Francesca Martines, allieva I° anno CMTF, sede di Palermo

Partecipare al Congresso Nazionale delle Scuole CMTF 2025 è stato per me un’esperienza molto significativa: mi ha fatto sentire parte integrante di un gruppo più grande, ampliando il senso di appartenenza al modello di Milano. È stato importante poter ascoltare i diversi contributi dei colleghi e delle colleghe, così come apprezzare la possibilità che i docenti hanno dato a noi allievi di portare e condividere i nostri lavori, consolidando la percezione di essere inserita in un contesto professionale che valorizza la collaborazione, l’ascolto e la condivisione di esperienze. Questa esperienza mi ha permesso non solo di ascoltare, ma anche di riflettere sulle molteplici sfaccettature del lavoro terapeutico sistemico, con uno sguardo alle diverse modalità e prospettive di applicazione. La riflessione personale che i vari lavori mi hanno suscitato riguarda soprattutto l’ansia che il terapeuta può provare nel confrontarsi con il mito contemporaneo della perfezione: un ideale che prescrive corpi impeccabili e menti infallibili e vite apparentemente senza difetti. Questo ideale presente in molte forme della nostra quotidianità, tende a rendere tutti più giudicanti, sia verso se stessi che verso gli altri, e oggi trova una manifestazione potente e concreta nell’uso crescente dell’Intelligenza Artificiale. L’I.A., con la sua capacità di produrre risposte veloci e precise, può sembrare una risorsa in grado di eliminare errori, dubbi o incertezze, ma pone questioni complesse sul piano etico, relazionale e terapeutico. Oggi ci chiediamo se può servire o meglio non utilizzare questo potente strumento, nella stanza di terapia. A mio avviso può porsi in modo paradossale rispetto all’obiettivo della cura psicologica. Se da un lato promette efficienza, precisione e controllo, dall’altro rischia di entrare in tensione con i fondamenti stessi del processo terapeutico. Il terapeuta ha infatti la responsabilità di co-costruire la cura, di attraversare le resistenze in un contesto non giudicante e di favorire un cambiamento che passi attraverso l’accettazione dell’imperfezione, dell’unicità e dell’originalità del paziente. La cura non coincide con l’ideale di funzionamento perfetto, con le domande perfette o connessioni perfette, ma con la possibilità di dare nuove prospettive, un senso nuovo e creativo alla fragilità, con l’umanità che ciascun terapeuta ha nella sua di unicità. In questo senso, l’I.A. può trasformarsi in un deus ex machina che, invece di migliorare la relazione terapeutica, rischia di offuscarla con il velo di una perfezione artificiale, astratta e fantasticata. Tale ideale può far sentire il terapeuta costantemente in difetto rispetto al paziente; oppure può diventare una corazza difensiva, utile a proteggersi dall’angoscia e dalla vulnerabilità. Ancora, può trasformarsi in una menzogna offerta ai pazienti, inducendoli a misurarsi con un metro estraneo alla cura, capace di creare una frattura tra ciò che la cura è realmente e la proiezione di come “dovrebbe essere”, con o senza l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale. Sperando che nessun terapeuta possa mai delegare a una macchina un’intuizione, una domanda o una riflessione, o peggio ancora la cura stessa del proprio paziente, penso alla metafora della musica che abbiamo avuto modo di ascoltare durante il congresso. Ogni melodia si costruisce ogni volta nuova e originale, come il bellissimo dialogo che si sviluppava tra il pianoforte e i diversi strumenti. Ogni suono si raccordava all’altro, accordandosi con il timbro unico di chi iniziava e provava a suonare, e insieme si dava vita a una nuova melodia, sorprendente e irripetibile. Così avviene nella terapia: ogni incontro, ogni parola, ogni silenzio contribuisce a costruire un’armonia unica. In conclusione, l’esperienza del Congresso Nazionale delle Scuole CMTF 2025 mi ha offerto non solo un approfondimento teorico e pratico, ma anche un’opportunità di riflettere su ciò che significa essere terapeuta oggi, in un’epoca in cui il mito della perfezione e l’uso di strumenti tecnologici avanzati possono entrare in tensione con la dimensione umana della cura. Il vero valore del terapeuta risiede nella sua capacità di creare connessioni autentiche, di accogliere la fragilità del paziente e di trasformarli con nuove lenti, in un dialogo continuo e relazionale.

Il corpo che cura: la differenza decisiva tra psicoterapia e AI

Giovanna Goi, allieva III° anno CMTF, sede di Milano

Il convegno su La relazione terapeutica e in particolare gli affondi sull’AI sono stati per me un’utile occasione per riflettere sull’importanza del corpo in psicoterapia. Non intendo il corpo come semplice presenza fisica, contrapposto alla mente. Già Freud in una nota, l’anno prima di morire, scriveva “La mente è estesa, di ciò non sa nulla”, superando il dualismo cartesiano. Intendo il corpo come luogo primario di relazione, come dispositivo di regolazione emotiva, come spazio in cui avvengono processi sottili e generatori di cambiamento. Per le mie riflessioni mi sono avvalsa di libri e appunti raccolti in una borsa di stoffa che per due anni è rimasta appesa a una sedia del salotto, come in attesa del momento giusto, e che riassumono l’esperienza del mio tirocinio del primo anno, svolto all’Istituto Medea (IRCCS) di Bosisio Parini, al Centro 0-3 per il bambino a rischio evolutivo. Il Centro 0-3 offre un servizio clinico e svolge ricerca scientifica con uno specifico focus sui primi tre anni di vita, occupandosi di bambini con disabilità neuroevolutive e/o ritardi dello sviluppo psicomotorio. Al termine del tirocinio quell’esperienza mi sembrava intensa e formativa, ma “poco spendibile” nell’ambito sistemico-relazionale. Che cosa avrei potuto portare con me, se poi mi fossi occupata di adolescenti o adulti? Eppure, se quel materiale è rimasto lì in salotto, visibile e vicino, forse una parte di me sapeva che il suo significato era più ampio. Dietro lo specchio unidirezionale, il team osservava le interazioni tra mamme e bambini (a volte anche papà), e rilevava movimenti quasi impercettibili della loro comunicazione: quante volte la madre sorride, quante volte risponde alle iniziative del bambino, quanto spesso lo sostiene o lo sollecita all’autonomia. Esistono strumenti di osservazione rigorosi che punteggiano queste regolazioni emotive con estrema precisione, come se ciò che a occhio nudo appare minimo fosse in realtà decisivo. Ed è proprio così. In alcuni momenti vuoti, propri di ogni tirocinio, mi è capitato di sfogliare un libro trovato sulla scrivania: Il corpo non dimentica. L’io motorio e lo sviluppo della relazionalità, di Massimo Ammaniti e Pierfrancesco Ferrari. Lì ho trovato un’idea che al convegno mi è tornata alla memoria: l’io motorio è a fondamento della relazionalità interpersonale. La capacità del neonato di comprendere il comportamento degli altri, e quindi di apprendere, è legata alla propria competenza motoria. Quando le iniziative del bambino vengono riconosciute da risposte genitoriali appropriate, prende forma un senso di sé radicato nel corpo. E quel senso di sé viene “archiviato”: non come pensiero, ma come memoria incarnata. Più i genitori imitano e rispondono alle comunicazioni del neonato nelle prime settimane di vita, più si svilupperanno espressività, competenza sociale, vitalità relazionale. Viceversa, anomalie di risposta e violazioni ripetute delle aspettative possono produrre disturbi affettivi o, nei casi più gravi, un distacco emotivo cronico. Un testo ancora più specifico, che funge da base teorica di gran parte del lavoro osservativo al Centro 0-3, è La regolazione emotiva di Ed Tronick. Tronick approfondisce il tema della mutua regolazione con il caregiver e dell’autoregolazione, fino all’espansione degli stati diadici di coscienza nella relazione bambino-caregiver – e, in modo sorprendentemente coerente, anche in quella terapeutica. Il suo Modello di Regolazione Reciproca (MRM) utilizza concetti mutuati dalla teoria dei sistemi: il bambino, fin dai primi mesi di vita, è un sistema autorganizzato capace almeno parzialmente di regolare le proprie emozioni, ma al tempo stesso è in costante comunicazione con la madre, anch’essa un sistema organizzato. I due sistemi, interagendo, danno luogo a un sistema diadico di mutua regolazione di cui madre e bambino sono sottosistemi indipendenti. Il punto più interessante è che, quando si crea un sistema diadico sufficientemente funzionante, accade qualcosa di più della semplice “risposta adeguata”: si espande lo stato di coscienza di entrambi i partner. Gli stati di coscienza diventano diadici: includono elementi dell’altro, e generano una forma nuova e più coerente dell’esperienza. Tronick sostiene che proprio nell’interazione madre-bambino possiamo trovare elementi cruciali per comprendere ciò che induce cambiamento nel processo terapeutico. In terapia, infatti, paziente e terapeuta possono costruire stati di coscienza diadici che emergono dalla regolazione reciproca degli affetti. Una volta raggiunti, lo stato di coscienza del paziente si espande e cambia. Anche quando lavoriamo con adulti, anche quando la sofferenza è narrata con parole sofisticate, il cambiamento passa spesso da un livello più primitivo: la possibilità di sentirsi percepiti e regolati, attraverso l’altro. Attraverso la sua presenza, il suo sguardo, i suoi silenzi, la postura, la modulazione della voce, la micro-esitazione che segnala che “ci sei”. Il corpo del terapeuta, in questo senso, non è un accessorio ma strumento. A questo punto la questione non è più “l’AI potrà sostituire lo psicoterapeuta?”. La questione diventa: qual è la materia della cura? Se la cura è soprattutto un buon dialogo, allora sì: una AI può fornire rispecchiamenti, riformulazioni, domande, e perfino una certa continuità emotiva simulata. Può essere utile, in molti casi, come supporto, come contenitore, come strumento di accesso. Ma se la cura è anche – e spesso è soprattutto – un’esperienza incarnata di co-regolazione e riparazione, allora la differenza è radicale. Che cosa significa fare terapia senza corpo? Che cosa accade quando la relazione è mediata da un’interfaccia che non respira, non esita, non ha postura né tonalità vocali, non ha microvariazioni del volto legate a stati emotivi reali… L’AI non sperimenta un cambiamento reale nel proprio stato emotivo, e dunque non può entrare in un processo di mutua regolazione autentica che porti alla co-costruzione di stati condivisi. Può imitare la sintonizzazione, ma non partecipare a quella danza. E questo, in fondo, è ciò che il contenuto della mia borsa di stoffa mi ha ricordato. Il lavoro con i bambini 0-3 non parlava solo di bambini con disabilità neuroevolutive: parlava del fondamento stesso della relazione umana, e quindi della terapia. Il corpo non è semplicemente il luogo dove “accade” la relazione: è la relazione. Forse, allora, la domanda più feconda dopo un convegno sull’AI non è se dobbiamo temere la sua potenza. Che tra l’altro potremo utilizzare anche per aiutarci nel nostro lavoro, come ho fatto anch’io chiedendole di mettere meglio in ordine tutti i miei appunti. Ma se siamo capaci di ricordare ciò che rende la psicoterapia ciò che è: un incontro tra corpi, in cui si impara – a volte per la prima volta – che un altro può aiutarci a regolare ciò che da soli non riusciamo.

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