Riflessioni sulla morte di Humberto Maturana. Lo ricordano Pietro Barbetta, Marcelo Pakman, Maria Esther Cavagnis

Riflessioni sulla morte di Humberto Maturana. Lo ricordano Pietro Barbetta, Marcelo Pakman, Maria Esther Cavagnis

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Humberto Maturana è morto

di Pietro Barbetta

Chi era Humberto Maturana? Uno studioso particolare. Uno scienziato vero, lontano dalle pratiche “evidence based”, coltivate dagli odierni carrieristi. Piuttosto creatore di nuove osservazioni e di nuove lenti per osservare la natura e non solo, anche la mente e la società. 

Un biologo, uno psicologo e un epistemologo. Uno di quegli epistemologi che traggono le proprie riflessioni dalle pratiche scientifiche che elaborano e dalle esperienze che creano, in laboratorio e attraverso l’osservazione della vita e dei suoi percorsi, negli organismi viventi, nei soggetti e nelle comunità. 

Assieme a una vasta schiera di longevi – Gadamer, Ricoeur, Dorfles, Morin, che ancora vive a cent’anni, von Foerster e molti altri – Maturana è uno dei saggi della cultura occidentale. Ma è anche, insieme a Francisco Varela – suo allievo, morto prematuramente – un autore che ha pensato al legame profondo tra il corpo, la mente e le loro affezioni, uno Spinoza contemporaneo. 

Quando leggemmo Autopoiesi e cognizione, l’opera chiave della sua vita con Francisco Varela, ci appariva ostica. Negli anni Ottanta eravamo immersi nella cultura umanistica: letteratura, filosofia, psicologia e antropologia. Oppure si studiava biologia e medicina, ma c’era una scissione radicale tra umanisti e scienziati naturali. Era una grande fatica comprendere il linguaggio di biologi che erano, al contempo, epistemologi.

Vado a memoria, senza virgolette, ma all’incirca, le frasi ostiche erano: L’orientante orienta l’orientato nel dominio cognitivo dell’orientato; i sistemi sono strutturalmente aperti, ma organizzativamente chiusi; poi i concetti: deriva strutturale, autopoiesi, accoppiamento strutturale, cibernetica, cibernetica del second’ordine, ecc. Alcune parole sembravano ingegneristiche, altre legate agli studi sulla comunicazione, poi c’era questa “cibernetica”, la scienza dei nocchieri, infine il passaggio alla cibernetica del second’ordine. Di che si trattava?

La cibernetica nasce da Norbert Wiener e riguarda la creazione di dispositivi meccanici con retroazione. Significa che questi maccanismi ricevono informazioni dall’ambiente che li regola. Il classico esempio è il termostato, il feed-back è quello strumento che permette ai termostati di autoregolarsi verso una temperatura definita. All’inizio, per noi intellettuali umanisti, era quasi un’offesa: come si permettono costoro di parlarci di termostati, a noi filosofi? In realtà Gregory Bateson, antropologo e cibernetico, su richiesta di Wiener, era riuscito già a pensare, attraverso la cibernetica, una macchina schizofrenica. Anni dopo Gilles Deleuze e Felix Guattari fonderanno la schizo-analisi attraverso il concetto di inconscio come macchina desiderante, ispirandosi esplicitamente a Gregory Bateson. Di qui, per Maturana e altri, una riflessione sulla complessità, che dà vita alla cibernetica del second’ordine.

La cibernetica del second’ordine fornisce due principali considerazioni che cambiano la scienza: 

  • primo, l’osservazione delle relazioni e delle connessioni tra le cose, tra gli organismi, tra i soggetti, piuttosto che l’osservazione delle cose, degli organismi e dei soggetti, come enti isolati; 
  • inoltre la cibernetica del second’ordine si interessa delle connessioni tra chi osserva le relazioni e le descrizioni che fornisce l’osservatore. 

Non possiamo non pensare a un altro grande autore francese che, in campo storico, fece la stessa operazione intellettuale chiamandola “metodo genealogico”: Michel Foucault. Maturana aveva scritto con Francisco Varela una serie di testi, eppure i due autori, fin dall’inizio, non avevano le stesse posizioni, la diversità fu una risorsa, pensavano la complessità, che è in primo luogo differenza. Su un tema differivano: l’amore. 

Varela focalizza i suoi studi sperimentali sul tema dell’embodiment, che in italiano viene tradotto con mente incarnata, anche se sarebbe proprio tradurre embodiment con “incorporazione”. In questo senso Varela si avvicina ad autori come Gilbert Simondon, Bruno Latour, Bernard Stiegler. L’amore è dunque una manifestazione corporea del campo affettivo.

Maturana invece sviluppa il tema dell’amore come collante nelle relazioni bio-psico-sociali. La psicopatologia potrebbe essere intesa come “corruzione dell’amore”, avvicinandoci al pensiero di Niklas Luhmann (in particolare al saggio L’amore come passione).

Per questo, Maturana e Varela sono tra i grandi esponenti della “scienza romantica”, così definita da Alexander Lurjia e ripresa da Oliver Sacks. Nel campo del lavoro con Matríztica, il nome stesso dell’istituto lo segnala, Maturana e Davila si riferiscono all’immaginario generativo come centro di tutta l’impresa di formazione e terapia del loro Istituto a Santiago del Cile.

Ho incontrato varie volte Maturana, negli Stati Uniti, alle conferenze dell’American Society for Cybernetics e in Italia. L’ultima volta fu durante un convegno nell’ambito dell’Esposizione Universale, al padiglione del Cile, nel 2015. Venne a tenere un seminario con Ximena Davila. In quell’occasione, Maturana invitò il Centro Milanese di Terapia della Famiglia a un confronto, come era accaduto altra volte. Fu una mattina molto particolare, il suo rapporto con i colleghi italiani era disponibile e dolce, mentre negli Stati Uniti, davanti al pubblico, era decisamente più freddo. Forse non aveva chiuso i conti con quel paese che lo aveva ospitato, ma che aveva, attraverso il suo governo, portato al potere la dittatura di Pinochet.

Si racconta di lui che, durante il regime di Pinochet, prima di essersi salvato, riuscendo ad andare all’estero, fosse stato interrogato perché gli trovarono in casa opere di Marx. Lui rispose che si meravigliava di chi lo interrogava: criticavano Marx senza conoscerlo? Pare che, gli aguzzini, ignoranti e confusi, lo avessero rilasciato momentaneamente, ciò gli permise la fuga dalla sua culla: Santiago, dove era nato il 14 settembre del 1928. 

Incontrai Maturana altre volte, per esempio, nel 2002, a un convegno a Torino per commemorare la scomparsa di un altro grande ispiratore della cibernetica del second’ordine: Heinz von Foerster.

In quell’occasione, quasi vent’anni fa, durante la parte della discussione con il pubblico, gli chiesi di spigarmi il concetto di “deriva strutturale”, che non avevo compreso. Lui rispose più o meno così: immaginate di essere su una barca in mezzo al mare e di avere perso i remi. Possedete solo una bussola e una ricetrasmittente. Chiamate, con la trasmittente, il faro più vicino per avere soccorso. Il faro chiederà la vostra esatta posizione per inviarvi una nave da salvataggio. La barca giunge sul posto, ma voi siete da un’altra parte. La deriva strutturale è la vita che scorre.


Un ricordo di Humberto Maturana

di Marcelo Pakman

Oggi Humberto Maturana (1928-2021), persona di enorme influenza nel campo della biologia e della terapia familiare, è morto in Cile. Dopo averlo incontrato nel 1985 a Buenos Aires, sono rimasto in contatto con lui durante le sue visite all’American Society for Cybernetics, dove era conosciuto come “Chicho”. Nel 1989 ero appena arrivato negli Stati Uniti e la società aveva premiato un mio articolo su “Sistemi e sentimenti” pagandomi il viaggio a Virginia Beach, luogo di un incontro in cui lo avrei presentato.

Humberto ha partecipato alla presentazione raccomandatagli da Heinz von Foerster e tra le altre cose mi disse che c’era qualcosa di nuovo che avrei dovuto seguire e l’ho fatto, le radici iniziali di un lavoro che si è evoluto in varie direzioni fino ad oggi. Questo è stato un enorme stimolo in quei primi anni. Con insolita pazienza e caparbietà, ha girato il mondo più e più volte spiegando la sua teoria dell’autopoiesi e le estensioni filosofiche che vedeva in diversi campi, inclusa la psicoterapia. Ha sempre insistito sul fatto di essere un biologo.

Un altro incontro è stato a Chicago dove abbiamo condiviso un pranzo con il collega Ricardo Uribe, uno dei coautori, insieme a Francisco Varela, dei primi lavori sull’autopoiesi. In un paio d’ore proprio lì a Chicago, mentre aspettavamo gli aerei, abbiamo parlato dell’influenza di quella che lui chiamava la strategia buddista in relazione tangenziale al suo lavoro, e in contrasto con la mia formazione ebraica a proposito del mio iniziale lavoro sulla poiesis nel senso di avvento o nascita alla presenza.

Distacco e attaccamento alla trama del reale come ci appare. Alternati con l’aneddoto di un incontro con Pinochet al quale aveva esitato ad andare e con un episodio successivo che colpì qualcuno molto vicino a lui e portò a una situazione molto insolita nella sua vita emotiva. Ci furono altri incontri e altre questioni domestiche che toccarono il modo in cui si stava sviluppando il campo della terapia familiare, incluso un conflitto in cui era stato coinvolto e in cui finì per essere un mediatore.

In quegli incontri era una squisitezza salutarci cantando a bassa voce il ritornello e le strofe finali del tango “A la luz del candil” https://www.youtube.com/watch?v=dwrgCnd3kGM : “Arrestami, sergente, e mettimi in catene!… Se sono un criminale che Dio mi perdoni!”


Cos’è la vita? Cos’è il vivente?

di Maria Esther Cavagnis

Il vivente è ciò che è capace di autorganizzazione. In grado di seguire un processo di autoproduzione permanente e la sua morte avviene quando cessa di auto-crearsi. Ma si tratta della morte di quella forma di vita, non della fine del vivente.

Quando dico forme di vita, non dico di pensare alla vita in un modo o nell’altro, non sto parlando di modi di guardare alla vita: “Non si tratta di lenti diverse, si tratta della produzione di nuovi occhi”.

Non si tratta di un soggetto che possiede vita, neppure non si tratta della tua vita o della mia vita, si tratta della vita che vive in ogni istante. La vita non è contenuta in niente. È potenza, pluralità che si conserva attraverso attività molto diverse, non identica a se stessa, ma come “vivente”.

Cos’è il vivente di Humberto Maturana che scelgo di mantenere.

Come ho già detto, scelgo di mantenere il Maturana del primo periodo che, insieme a Varela, pensava ai sistemi viventi.

Scelgo anche di tenere il Maturana che propone che il linguaggio abbia un fondamento emotivo e non razionale; come tale è un coordinamento di azioni consensuali che, nel processo evolutivo della specie umana, può essere fondato solo sull’accettazione dell’altro come altro legittimo. Questa è la definizione di amore meno dormitiva che sono riuscita a trovare.

Se amare è accettare la differenza, risuona in me Eduardo Viveros de Castro con il suo invito a “prendere l’altro sul serio”. In questo tempo di cultura della crudeltà, un invito alla convivialità è una scommessa politica che merita di essere riaffermata più e più volte, finché non risuona con tutta la sua forza e sia in grado di toccarci non solo profondamente ma in modo pervasivo.

Permettetemi di chiudere questo piccolo testo con una frase di Fernando Ulloa, psicoanalista argentino: “Parlare di tenerezza in questi tempi feroci, non è ingenuo, è un concetto profondamente politico. È porre l’accento sulla resistenza alla barbarie dei legami sociali che attraversa i nostri mondi”.