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Sistemica 2026: “Le sfide dei cambiamenti socio-culturali nella clinica sistemica”

Il testo, curato da Barbara Trotta, raccoglie le riflessioni di alcuni allievi della scuola CMTF di Palermo su due importanti eventi formativi: Sistemica 2026 e il Convegno CISMAI 2026.
Rivista Connessioni 2 Novembre 2026 8 min read

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Sistemica 2026: “Le sfide dei cambiamenti socio-culturali nella clinica sistemica”

Restare umani nei sistemi complessi: clinica sistemica tra contesto, relazione, auto-riflessività e responsabilità nel mondo. Un confronto a due voci.
Monica Maio, allieva III° anno CMTF, sede di Palermo
Daniela Manni, allieva III° anno CMTF, sede di Palermo

Il presente contributo rappresenta una riflessione a due voci in merito all’edizione Sistemica 2026 dal titolo “Le sfide dei cambiamenti socio-culturali nella clinica sistemica”, in una modalità di confronto continuo e dialogo ricorsivo che accompagna il nostro percorso formativo.

Monica: da allieva apprezzo la mission di Sistemica di favorire il dialogo tra le diverse scuole figlie dell’epistemologia sistemica, ho provato il senso di appartenenza alla famiglia del “pensare sistemico”, il piacere di affacciarmi a un panorama che diventa sempre più familiare. Gli interventi si sono susseguiti come un coro di voci che meta-comunicano sui fondamenti teorici e sugli aspetti clinici, che i terapeuti di questo indirizzo incontrano nel corso dell’esperienza lavorativa, mantenendo la connessione con l’attuale contesto storico, sociale e culturale. Sono stati trattati aspetti fondamentali quali il contesto, matrice di tutti i significati, il valore del Tempo e dello Spazio, il sintomo come messaggio della rigidità di un sistema evolutivamente bloccato, l’importanza del feedback, la storia trigenerazionale e il positioning del singolo nella propria storia, il mantra per cui “nulla è per caso”. Nel tentativo di connettere il livello “macro” del presente periodo storico (segnato da conflitti politici internazionali, guerre e devastazioni) con il livello “micro” delle storie familiari e individuali, i contributi rimandano a temi quali l’incontro interculturale, il trauma e la sua trasmissione transgenerazionale, le condotte a rischio, il dialogo con altri approcci e la necessità di una lettura plurale dei contesti. La lente multi-contestuale si configura come strumento utile a collegare ciò che accade nella relazione terapeutica ai sistemi più ampi di appartenenza di ciascuno, con la consapevolezza che essi dialogano in rapporto di reciproca riflessività. In questo senso il terapeuta non è esterno, ma dentro la relazione e condivide con i pazienti lo stesso periodo storico e la condizione umana più ampia. Nel contesto terapeutico si lavora sui significati del dolore portato dalla persona attraverso le storie familiari, pensandole sempre connesse alla realtà in cui siamo immersi. La relazione emerge come pattern che connette i contesti: un mezzo fondamentale per stare al mondo, attraverso cui gli esseri umani orientano le proprie azioni.

Mi sono chiesta: senza contesto, senza dialogo, senza relazioni, cosa resta dell’umanità? A tal proposito, ho apprezzato la restituzione dell’umanità del terapeuta, intesa come una persona con vissuti comuni, talvolta complessi alle sue spalle, che non a caso sceglie di stare al mondo con questo lavoro, al servizio delle persone che chiedono una relazione di riflessione e cura. Nell’incontro umano tra terapeuta e paziente la relazione si intreccia in un tempo e uno spazio sospesi, la co-costruzione di nuovi significati coltiva un micro-cambiamento, che dal basso scorre oltre il setting verso gli altri sistemi di vita delle persone e favorisce macro-cambiamenti. Così essere terapeuti può avere senso nel farsi carico del dolore altrui costruendo nuovi significati sulle storie di ognuno, che una volta ri-narrate possono ridare dignità all’umano.

La riflessione che porto con me è l’invito a restare umani, noi terapeuti in primis, mantenendo vivo l’invito di Boscolo e Cecchin ad essere autentici, curiosi e rispettosi dell’altro e del suo dolore, avendo fiducia nelle capacità che i sistemi hanno di cambiare anche a partire dai livelli più bassi della gerarchia multi-contestuale.

Daniela: a partire dalle riflessioni condivise con la collega, si apre un ulteriore livello di lettura che intreccia la dimensione teorica con una prospettiva autoriflessiva. In questa cornice, il principio per cui “nulla è per caso” può essere inteso, in linea con Bateson, non come affermazione deterministica, ma come invito a ricercare le connessioni di senso all’interno dei sistemi relazionali. È in questa prospettiva che io colloco una riflessione sul mio posizionamento.

Alcuni elementi della mia storia personale (tra cui un’esperienza di distanza nella relazione paterna), possono essere letti come organizzatori di significato che orientano il mio sguardo verso i temi del legame, della responsabilità e dell’appartenenza. Come evidenziato da Boscolo e Cecchin, il terapeuta è parte del sistema che osserva e contribuisce alla co-costruzione dei significati. La distanza, in questa chiave, assume anche una funzione generativa, attivando processi di ricerca e posizionamento, leggibili, in termini boweniani, nei percorsi di differenziazione del sé.

In questa intersezione tra storia personale e contesto si colloca anche il mio impegno politico, inteso come possibile espressione di un posizionamento che connette dimensione biografica e responsabilità sociale. La politica, in un’ottica sistemica, può essere letta come spazio relazionale esteso, in cui i significati costruiti nel micro trovano una rielaborazione nel macro. Il riferimento al trigenerazionale consente di leggere tali traiettorie come configurazioni complesse e trasformabili, mentre l’auto-riflessività del terapeuta si configura come strumento essenziale per abitare in modo consapevole i sistemi sociali di cui è parte.

Questo contributo intende sottolineare come il pensiero sistemico accompagni il terapeuta nel setting clinico e oltre, chiamandolo a una responsabilità riflessiva che integra storia personale, pratica professionale e partecipazione ai contesti sociali.

In questa prospettiva, la clinica non può essere disgiunta dal contesto: ogni storia individuale porta con sé le tracce dei sistemi di appartenenza, così come ogni cambiamento, anche minimo, può generare movimenti più ampi. Il lavoro terapeutico si configura allora come uno spazio in cui il dolore può essere pensato, nominato e rielaborato, restituendo dignità e senso alle esperienze. Il percorso di riflessione condivisa mette in luce come il pensiero sistemico non sia soltanto un orientamento clinico, ma una postura nel mondo: in un tempo storico attraversato da frammentazioni, conflitti e trasformazioni profonde, esso richiama con forza il valore della relazione come luogo generativo. È in questa tensione tra cura e responsabilità, tra micro e macro, che il pensiero sistemico continua a offrire strumenti per leggere il presente e per contribuire, anche nel piccolo, alla costruzione di possibilità nuove. Ed è forse proprio nella qualità delle connessioni che si gioca la possibilità del cambiamento. Restare umani, allora, non è solo un auspicio, ma una scelta: una pratica quotidiana che attraversa il lavoro clinico e si estende alla partecipazione nei sistemi sociali.


Prima tappa del convegno diffuso CISMAI 2026

La tutela delle bambine e dei bambini nella sfida del cambiamento
Melania Santoro, allieva IV° anno CMTF, sede di Palermo
Francesco Montalto, allievo III° anno CMTF, sede di Palermo

Il 16 aprile 2026, a Palermo, si è tenuta la prima tappa del Congresso Diffuso CISMAI, un momento di incontro denso, complesso e profondamente necessario per chi lavora nei contesti della tutela dei minori che propone una lettura della crisi non solo come problema, ma come possibilità di trasformazione. Il convegno ha rappresentato un’importante occasione di confronto tra professionisti provenienti da diversi ambiti, offrendo uno spazio di riflessione condiviso su un tema tanto delicato quanto urgente: la prevenzione della violenza sui minori. Dal nostro punto di vista il convegno ha offerto spunti di riflessione profondi rispetto alla difficoltà di intervenire in modo efficace in situazioni complesse e delicate. È emerso chiaramente come la prevenzione richieda non solo competenze tecniche, ma anche una capacità di lettura ampia, integrata e sistemica dei contesti. Allo stesso tempo, si è evidenziato il bisogno di strumenti concreti e operativi che possano sostenere i professionisti nel lavoro quotidiano.

Fin dalle prime battute ci siamo confrontati con la complessità del fenomeno e la necessità di un approccio integrato capace di tenere insieme prospettive differenti, ma complementari. La prevenzione, infatti, richiede una collaborazione costante tra servizi, istituzioni, professionisti e utenti.

Il messaggio principale, forse anche ovvio ma necessario da ribadire, è che lavorare in rete significa prima di tutto mettere il minore al centro. Questo rappresenta la bussola che orienta ogni intervento. La rete si organizza e prende forma attorno al bambino: famiglia, autorità giudiziaria, scuola, assistenti sociali e psicologi diventano nodi interconnessi di un sistema che ha come obiettivo non solo la protezione, ma anche la promozione del benessere del minore e del suo ambiente di vita. Prendersi cura dell’ambiente significa fare prevenzione. La violenza, infatti, non nasce nel vuoto, ma è il prodotto di disuguaglianze sociali, fragilità individuali, carenze educative e modelli culturali. L’approccio sistemico si dimostra particolarmente efficace in questa prospettiva, poiché propone interventi che non si limitano a chi agisce o subisce la violenza, ma coinvolgono l’intero contesto: i pari, gli osservatori, gli adulti e le istituzioni. Il contesto a sua volta a sua volta non nasce dal nulla, nasce dalle interazioni, dal linguaggio, dalle parole che utilizziamo.

Un punto che per noi ha risuonato in maniera significativa è che la violenza non è mai un fenomeno isolato, ma il risultato di dinamiche relazionali più ampie. È quindi fondamentale intervenire non solo sugli episodi visibili, ma sui “nodi” delle relazioni e sul linguaggio che contribuisce a costruire e mantenere certe dinamiche. Sicché il linguaggio crea la realtà, allorquando il linguaggio è ambiguo, la realtà diventa confusa. Questo porta a sottostimare, non vedere e normalizzare la violenza, diffondendo la responsabilità, e quindi, a ritardare l’intervento. Attraverso l’osservazione di interazioni diadiche madre-bambini, attraverso il metodo della Video Interaction Guidance e dell’Home Visiting, abbiamo compreso come il cambiamento passi attraverso la costruzione di relazioni sintonizzate, basate su fiducia, ascolto e valorizzazione delle risorse. Osservare ciò che funziona nella relazione, piuttosto che le criticità, può avere un effetto trasformativo, riducendo il senso di minaccia, attivando speranza e possibilità di evolversi grazie al senso di Agency che si sviluppa con l’operatore, e ponendo fiducia verso il processo.

Oltre al valore formativo, questa esperienza ha avuto un impatto significativo anche sul piano personale. Ci ha fatto connettere con il bisogno di noi futuri professionisti di essere sostenuti da una “rete”: lavorare a stretto contatto con la sofferenza e con la violenza può apparire come un paesaggio desolante per chi si affaccia a questi contesti. La rete, che questo convegno ha avuto il merito di rendere visibile, può rendere questo paesaggio più ricco e colorato. In un contesto in cui gli utenti sono esposti a rischio e in cui anche i professionisti rischiano di smarrirsi, questa rete rappresenta una risorsa fondamentale. Non elimina la fatica, ma la rende sostenibile, trasformando la crisi in possibilità e le difficoltà in occasioni di crescita.

Come futuri professionisti abbiamo compreso come sia importante la consapevolezza del proprio ruolo, delle proprie risonanze emotive, dei propri pregiudizi e delle proprie credenze. Questa consapevolezza rappresenta una condizione necessaria per lavorare in rete: permette di riconoscere i propri limiti, valorizzare le proprie risorse e contribuire in modo più autentico ed efficace al lavoro condiviso.

Abbiamo rafforzato la consapevolezza che la tutela dell’infanzia non può limitarsi a interventi riparativi, ma deve puntare alla costruzione di contesti relazionali sani, significativi e generativi. È più facile costruire bambini forti che riparare adulti spezzati: una riflessione che sintetizza efficacemente il senso profondo del lavoro educativo e di cura trasmesso durante il seminario.

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Tags: Auto-riflessività Clinica sistemica Convegno CISMAI Prevenzione violenza

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