Una lettura sistemica del dolore a partire da Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol, TerraRossa Edizioni
di Elena Patris
Spesso si pensa che il lavoro del terapeuta sia faticoso e carico di sofferenze e dolori da portarsi appresso. È invece una pratica piena di bellezza, perché permette di vedere, prima di tutto, i passi che ognuno compie per trovare il proprio modo di stare tra gli accadimenti della vita.
Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol, libro incluso nella cinquina finalista del Premio Strega 2025, è colmo di questa bellezza, e le riflessioni che la sua lettura mi ha suscitato non hanno il tono della recensione, ma sono risonanze della pratica clinica che fanno di questo toccante romanzo un soffio fecondo per la sensibilità del terapeuta nella relazione di cura.
La storia è costruita intorno a un lutto, ma ciò che si vede è soprattutto la vita di una famiglia, le persone che la compongono, gli eventi che fanno procedere l’esistenza tra piccoli spostamenti e bruschi capovolgimenti o interruzioni. I protagonisti sono Madre, Padre, Maggiore e Minore. Nessun nome, solo ruoli cristallizzati che, dopo la tragedia che ha colpito la famiglia, sono diventati impossibili da abitare come prima.

Già dal titolo, Ruol dichiara la sua intenzione di illuminare quel che resta, che non è solo il ricordo, neppure soltanto gli oggetti, ma si tratta soprattutto di quello che può stare accanto al dolore. Non al suo posto, ma accanto. Fa questo, infatti, senza mai mettere da parte il dolore, senza cercare scorciatoie o soluzioni.
Viviamo in una società palliativa, come l’ha definita il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han (La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite. Tr. it. Einaudi, Torino 2021), che cerca in ogni modo di cancellare il dolore e la morte in nome di un’ideologia del benessere permanente, ma gli accadimenti del mondo mostrano prepotentemente da tempo che tale visione è insensata e non può che amplificare la catastrofe. Ma l’Autore è anche un medico anestesista, maneggia il dolore, sa che è inestricabilmente parte dell’esistenza, e il suo procedere nel racconto sembra essere informato anche da questa esperienza professionale. A partire dalle due citazioni in esergo, rispettivamente da Aspettando Godot di Samuel Beckett e dalla poesia La realtà esige di Wislawa Szymborska, dove fa coesistere sulla stessa pagina disperazione e speranza, trasmettendo una disposizione alla complessità della vita, che permette di coglierla e abbracciarla in tutte le sue sfaccettature.
Il libro ha un andamento narrativo di tipo rizomatico che apre in varie direzioni attraverso 99 racconti che, a partire da altrettanti oggetti, attraversano un arco temporale di circa trent’anni. Ogni racconto potrebbe quasi stare in piedi da solo, ma è tenendoli insieme che il lettore viene accompagnato ad avvertire la grazia con cui, passo dopo passo, si compongono le vite, anche quelle disseminate di discontinuità.
Questo movimento in orizzontale rende l’idea del dolore come qualcosa di pervasivo che macchia tutto ciò con cui entra in contatto:
Padre ci aveva ripensato poco prima della partenza, seguendo a ritroso le sue impronte: l’asciugamano, la maniglia del bagno, l’anta del frigorifero, la bottiglia, lo stipite dell’ingresso, e poi giù: il corrimano delle scale condominiali, la porta basculante del garage, il bagagliaio dove aveva riposto la confezione con l’olio avanzato, la bacinella con quello esausto. Senza accorgersi, aveva lasciato ovunque un’impronta nerastra, una striscia. Un segno. Ecco come funziona il dolore, aveva pensato. Macchia quello che sfiora, rimane anche quando non ci sei. Ora ne vedeva le tracce (p. 166).
L’espansione del dolore richiede di allargare proprio laddove lo spazio si fa angusto vicolo cieco, perché, quando il dolore dilaga, non si può far altro che attraversarlo e stare a guardare quel che succede, come dentro a un paesaggio che prende forma con il nostro corpo che si sposta dentro. Proprio come succede con l’esistenza mentre si vive. Uso paesaggio non a caso, perché rende bene l’idea dello spazio che non può essere separato dal corpo e dallo sguardo di chi ci sta dentro. Non è fatto di cose o posizioni oggettive e immutabili, bensì di interazioni, di sguardi, di accadimenti e di processi, come ci insegna la meccanica quantistica a proposito del mondo. Come nell’ecologia della mente di Gregory Bateson.
Ruol si muove tra le stanze della casa e nell’abitacolo dell’automobile per riconoscere quel che resta sul terreno, catalogarlo, farne mappa per orientarsi in questo nuovo territorio, prendersi il tempo, prima di capire dove si sta andando, dove si vuole andare. Il suo incedere è attento alle connessioni ed è capace di far uscire dalla causalità lineare, evitando di trovare risposte consolatorie che tengono conto solo di archi di circuiti e li considerano rappresentativi del tutto.
Il racconto è pieno di vuoti e di silenzi. Ruol non satura mai. Accoglie il dolore e lascia spazio perché, spostandosi, possano emergere prospettive inesplorate.
Anche il tempo, per poter ripartire, deve farsi paesaggio in cui sostare, come la clessidra che viene messa in orizzontale:
Per molti è la metafora del tempo che scorre inesorabile e che non si può fermare: sopra quello che ancora abbiamo, sotto quello che ormai è passato, le aveva detto.
Però, a guardare bene, la sabbia si sposta, ma non se ne va mai. Basta girare la clessidra e il tempo riprende a scorrere. Non lo so, io mi perdo in queste cose filosofiche e magari una clessidra è solo una minuscola spiaggia portatile. O un deserto bonsai. Alla fine, è sempre questione di prospettiva (p. 189).
Stare con il dolore è un importante impegno che prendiamo con i nostri pazienti, sederci accanto e lasciare spazio al pianto e all’inevitabile ricerca di senso, senza saturare con risposte o soluzioni. Il dolore non è qualcosa da eliminare, lo sa bene Madre, lo imparerà Padre, ed è responsabilità del terapeuta tenerlo a mente per evitare di imbarcarsi in pratiche tese a semplificare in nome di un’illusoria guarigione:
Vedete quest’albero?, aveva detto madre. Molti anni fa è stato colpito da un fulmine. Si vede ancora la parte carbonizzata. Il tempo non cancella i dolori; i segni delle tempeste si vedono anche a distanza di anni. La vita è fatta di momenti bellissimi, e purtroppo anche di momenti tristi. Ci manca la nostra cagnolina, continuerà a mancarci. Però, se guardate bene, vedrete che quest’albero ha continuato a crescere nonostante il fulmine che l’aveva ferito. Si vede dov’è stato spezzato, ma di lato sono spuntati nuovi rami. (p. 171)
La sofferenza è un sentimento che ci ricorda la nostra condizione umana e, quindi, la nostra comune possibilità di averci a che fare perché è quello che facciamo, naturalmente, vivendo.
“Vivere non è una questione di forza, ma di inerzia” (p. 180), risponde Madre all’invito a essere forte che le rivolge un vecchio amico. È un’espressione che risuona profondamente con il pensiero di Gregory Bateson, con l’idea cibernetica della mente incarnata e appartenente a qualcosa di più ampio, e con l’insensatezza di quella che chiama finalità cosciente, ossia la pretesa di poter esercitare un controllo unilaterale sul mondo e sconfiggere il dolore con la volontà.
La famiglia di Ruol non ingaggia una battaglia a colpi di volontà; sopravvive grazie ai piccoli gesti, alle routine, all’inerzia della vita che, nonostante tutto, continua a scorrere.
L’Autore non offre risposte, ma fa qualcosa di molto più prezioso: ci mostra come la vita, semplicemente continuando a muoversi, trovi da sé il suo nuovo, inaspettato equilibrio, come nel noto esempio di Bateson del fiume che modella gli argini e da essi è modellato.
Allo stesso modo, il terapeuta non impone una soluzione, ma aiuta le persone e i sistemi a riscoprire la propria inerzia, il proprio modo di fluire di nuovo, e lo fa anche attraverso gli oggetti e i gesti del quotidiano, componendo e scomponendo le stratificazioni di relazioni e significati con cui disegnano traiettorie nello spazio in cui le esistenze si muovono. L’incontro terapeutico diventa così il contesto ospitale affinché, con pazienza e fiducia, l’esistenza venga percepita come uno spazio vivo in cui, accanto al dolore, veder crescere tutto il resto, quello che continua ad esserci e quello che può nascere, anche quando non vediamo niente.
C’è chi dice che il tempo cura ogni cosa.
Madre non era per niente d’accordo.
Ci sono cose che non si cureranno mai, pensava lavandosi le mani sporche di terriccio – tutto quello che fa il tempo è concedere di assistere a nuove fioriture a chi ha la pazienza di aspettare (pp. 122-123).
Come terapeuti, siamo chiamati a coltivare proprio questa pazienza: rimanere lì, accanto al dolore, e continuare a scommettere sull’invisibile e sull’improbabile.
