A cura di Alfredo Mela e Silvia Mugnano
Carocci, Roma, 2025
Letto da Marialaura Moreni
Perché recensire un testo di sociologia dell’ambiente e del territorio su una rivista di psicoterapia sistemica?
Da psicologa e psicoterapeuta sistemica in formazione, non posso che cogliere da questo testo una preziosa occasione di riflessione e ri-orientamento sul modo in cui costruiamo e abitiamo costrutti come rischio, incertezza, contesto, relazioni, sistema, comunità, territorio. Parole che fanno parte del nostro vocabolario quotidiano, che riempiono le nostre stanze di formazione e quelle di terapia, qui si spostano su scenari differenti, che però ci riguardano profondamente: città, ambiente, disastri naturali, processi migratori, crisi climatica e sfide globali.
Il libro, curato da Alfredo Mela, sociologo della città e del territorio, e Silvia Mugnano, professoressa associata in sociologia dell’ambiente e del territorio (Università degli Studi di Milano-Bicocca), unisce i contributi di più autori con esperienze complementari nel campo dell’emergenza e della gestione del rischio e offre un approccio multidisciplinare che restituisce l’immagine di un mondo intrinsecamente interconnesso e complesso.
Si articola in due parti: la prima attraversa i diversi approcci al rischio ambientale; la seconda esplora casi concreti, descritti con sguardo sistemico e attenzione al contesto.
Il contributo di Ilaria Beretta, professoressa associata di Sociologia dell’ambiente e del territorio (Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia), si apre con una prospettiva ispirata alla teoria coevolutiva, che mette in discussione i modelli lineari e semplificati del rischio. In questa visione, nessun sistema – sociale, ambientale, tecnologico – è isolabile, ma sempre interconnesso. Il rischio non è oggettivo e neutro, ma costruzione sociale, frutto della tensione tra sapere e incertezza. L’autrice richiama l’idea di “policrisi” del Global Risk Report, che riflette bene l’interconnessione tra crisi climatiche, economiche, sanitarie e tecnologiche, mostrando come i rischi possano amplificarsi a vicenda. Beretta sottolinea la necessità di un cambio di paradigma verso un pluralismo epistemologico che accolga la complessità e riconosca l’incertezza come condizione costitutiva del presente, non come errore da correggere.
In un altro denso contributo, Daniela Belliti, assegnista di ricerca in Filosofia politica e sociale e Marina Calloni, professoressa associata di Filosofia politica e sociale (Università degli Studi di Milano-Bicocca) affrontano il legame crescente tra cambiamento climatico e migrazioni forzate, proponendo un’analisi che intreccia etica, diritto e giustizia. Partendo dai dati dell’IPCC, le autrici evidenziano come gli spostamenti di popolazione generati da disastri ambientali non siano più un’eccezione, ma una conseguenza della crisi climatica. Denunciano l’assenza di uno status giuridico per i rifugiati climatici e propongono una revisione dei diritti umani che includa le nuove vulnerabilità ecologiche. È una lettura che porta a ripensare la giustizia come processo dinamico e relazionale.
Fabio Sbattella, psicologo e psicoterapeuta, didatta presso il Centro Milanese di Terapia della Famiglia, docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e Milano e responsabile dell’Unità di psicologia dell’Emergenza e dell’Intervento Umanitario, porta una riflessione sistemica e umana sul rischio come processo relazionale. Descrive il contesto emergenziale nei termini di un sistema complesso, in cui le emozioni, le rappresentazioni e i legami sociali sono decisivi nella risposta collettiva. La prevenzione viene vista come una pratica che coinvolge immaginazione, narrazione e partecipazione. Sbattella mette in luce le trappole cognitive ed emotive che ostacolano la prevenzione – dal fatalismo all’evitamento – e propone percorsi formativi esperienziali ispirati all’apprendimento trasformativo. Le esercitazioni FSX diventano spazi di co-costruzione relazionale e di attivazione, dove si apprende a “sentire insieme” prima che ad agire.
Il capitolo di Mattia De Amicis, professore Associato presso il Dipartimento di Scienze dell’ambiente e del territorio e di scienze della terra e Laura Franceschi, dottoranda in scienze chimiche, geologiche ed ambientali (Università degli Studi di Milano-Bicocca) affronta il tema della cultura della protezione civile come strumento di prevenzione sociale e costruzione della resilienza collettiva. Gli autori sottolineano l’importanza della comunicazione relazionale e partecipativa, ispirata ai modelli di consensus e care communication, per coinvolgere attivamente i cittadini nei processi di gestione del rischio. In questo contesto, la scuola viene indicata come luogo privilegiato per la diffusione di una cultura della sicurezza. L’analisi si sofferma anche sul ruolo ambivalente dei media e sulla necessità di una narrazione pubblica capace di promuovere fiducia.
Nella seconda parte del saggio Anna Maria Zaccaria, professoressa ordinaria di sociologia dell’ambiente e del territorio (Università degli Studi di Napoli Federico II) analizza tre eventi sismici italiani per evidenziare come la gestione dell’incertezza possa produrre fratture o generare trasformazioni sociali. L’autrice legge le comunità come sistemi adattivi complessi, capaci di apprendere e di riorganizzarsi attraverso pratiche partecipative. Il caso dei Campi Flegrei mostra le conseguenze di una gestione autoritaria e non condivisa dell’emergenza; l’Irpinia, al contrario, rappresenta un esempio virtuoso di resilienza comunitaria, mentre il post-sisma dell’Aquila rivela le criticità di un approccio top-down che esclude i saperi locali. Zaccaria propone una visione dell’incertezza come risorsa generativa, in grado di attivare nuove forme di agency collettiva e narrazioni trasformative. Questo sguardo è profondamente affine alla psicoterapia sistemica, che accoglie la complessità, l’ambiguità e la co-costruzione dei significati.
Infine, il contributo di Grazia Brunetta, professoressa ordinaria di Urbanistica al Politecnico di Torino, propone una lettura della resilienza territoriale come processo trasformativo. L’autrice utilizza il modello ecologico della panarchia per descrivere i cicli adattivi dei sistemi, sottolineando come la crisi possa diventare occasione di rigenerazione. Superando la visione della resilienza come ritorno all’equilibrio, Brunetta propone che venga messo al centro l’apprendimento collettivo e la co-costruzione di nuove possibilità. Il suo lavoro riconosce il valore delle vulnerabilità come leve di cambiamento. L’approccio place-based proposto dall’autrice si intreccia fortemente con la pratica sistemica, laddove il lavoro clinico si estende ai contesti di vita, promuovendo il pensiero riflessivo e la responsabilità condivisa.
Il rischio ambientale, con i suoi molteplici contributi, diviene una mappa per orientarsi, molto utile per tutti coloro che in questo mondo e in questo tempo ci vivono. È poi una lettura particolarmente consigliata a tutte quelle persone che scelgono di svolgere attività e lavori di cura, poiché offre spunti importanti per ampliare lo sguardo, riconoscere la complessità e abitare l’incertezza. Ogni capitolo è un invito a tessere connessioni: tra discipline, tra sistemi, tra persone.
In un tempo in cui più che di emergenza, si inizia a parlare di crisi permanente, diventa davvero utile pensare il rischio non come minaccia da contenere, ma come occasione per ritrovare il senso del legame, della cura e della trasformazione, con un cambio di paradigma generativo di nuove pratiche.
